Candies - LEAVING OUR HOMES - la recensione

Recensione del 17 ago 2001

In bilico tra la generazione noise della prima metà degli anni ‘90 e le decelerazioni minimaliste del post rock, le avventure violente e deflagranti della gioventù sonica e la malinconia latente del math rock, la Chicago dell’art rock e la New York dei Sonic Youth, i Candies, dalla provincia di Varese, confezionano un album che nulla ha da invidiare ai tanti dischi propinatici negli ultimi anni dalla scena di Chicago, con un gusto particolare per le sonorità scarne che fanno pensare a Steve Albini (ascoltare soprattutto il suono del basso per capire). E’ un desiderio di dipingere una sfera di sentimenti delicati e oscuri che giocano con il concetto di malinconia quello dei Candies, con l’aiuto, al violoncello, di un musicista che della scena post rock ha fatto parte in modo deciso (Volker Zander dei Calexico, che ha suonato il violoncello in due brani) e di John Convertino (che firma gli stupendi arrangiamenti per vibrafono di “Someone). “Our system”, “Someone” e “Dies” sono post rock di gran gusto in cui vengono in mente sì le produzioni d’oltreoceano ma anche i Mogwai più convincenti di “Come on die young”. Non sono da meno “We’re trying” e “So that when”, due brani in cui i Candies sembrano a tratti volteggiare tra i rallentamenti post rock e le deflagrazioni sonore e avant garde dei Melvins. Unica nota dolente sono i pezzi noisy: è qui, nei tre episodi in cui i Candies decidono di pagare pegno alla gioventù sonica, che la band sembra non essere all’altezza della situazione. Li attendiamo alla prossima prova discografica sperando che abbandonino le sfuriate punk noisy e si abbandonino al 100% a quel sottile mal de vivre che anima gli altri, efficaci passaggi di questo album.


(Gian Paolo Giabini)

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