«ALMOST FAMOUS SOUNDTRACK - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - ALMOST FAMOUS SOUNDTRACK - la recensione

Recensione del 06 lug 2001

La recensione

“Comprammo un pacchetto di sigarette e le torte della signora Wagner, e ce ne andammo in cerca dell’America…”

Sono le parole di Simon & Garfunkel a svelare improvvisamente le utopie incantate della fine degli anni ‘60, cullate nel grembo della vasta America, tra le sue strade infinite battute dagli autobus della Greyhound, carichi di persone in cerca di fortuna. Ed è con morbida leggerezza e innocenza che si viene trasportati, sommersi da malinconici rimpianti – per chi non ha vissuto in prima persona l’epoca d’oro del Rock, o con nostalgia, per coloro che come William Miller, l’incarnazione adolescente del regista Cameron Crowe e protagonista del film Almost Famous, all’inizio del 1970 erano quindicenni – in un’epoca che a viverla ora non sembrerebbe reale. William Miller ricevette in eredità dalla sorella una classica raccolta di dischi in vinile (The Who, Joni Mitchell, Jimi Hendrix) che, in breve tempo, lo avrebbero catapultato in un cosmo popolato di personaggi bizzosi, di approfittatori, di leccapiedi, di groupie, di fanatici, di cocainomani e di alcolizzati. Un mondo dove non c’è spazio per l’amicizia.
E’ questa l’atmosfera che si vorrebbe respirare ascoltando le 17 tracce di questo disco vintage , ma è davvero difficile avere le stesse languide e assolate visioni senza aver prima visto il film. Eppure, a conti fatti, una bella raccolta di canzoni “di un tempo”, come la già citata “America” di Simon & Garfunkel, inclusa nel disco “Bookends” del 1968, o la celebre “Every picture tells a story” di Rod Stewart, o di brani da riscoprire, come la sognante “Tiny Dancer” di Elton John, in cui si parla di autostrade tanto lunghe che l’unico svago nel percorrerle si riduce a “contarne i lampioni”, o la ballata acustica “That’s the way” dei Led Zeppelin, malinconico addio all’amore, è già molto. E se qui e là appaiono delle cadute di tono (la melensa “It wouldn’t have made any difference” di Todd Rundgren o la mediocre “Something in the air” dei Thunderclap Newman, pubblicata nell’unico disco del gruppo nel 1969), l’ascolto procede appassionatamente dall’inizio alla fine. Almeno per coloro che aggiungerebbero alla propria vita vent’anni, pur di fare, del mondo descritto in Almost Famous, la propria esperienza.

(Valeria Rusconi)
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