«UNTIL THE END OF TIME - Tupac Shakur» la recensione di Rockol

Tupac Shakur - UNTIL THE END OF TIME - la recensione

Recensione del 03 lug 2001

La recensione

A cinque anni dalla sua morte (avvenuta tragicamente il 13 settembre 1996 a Las Vegas), continua la comparsa puntuale di materiale inedito. Un’eredità raccolta dalla madre del rapper, Afeni Shakur, che ha fondato l’etichetta discografica Amaru (nome ispirato dal figlio, il cui vero nome era Tupac Amaru Shakur), radunato il prezioso materiale e continuato a pubblicarlo, da una parte per tenere sempre in vita il suo ricordo, dall’altra perché la creazione di miti si è sempre rivelata piuttosto remunerativa. C’è da chiedersi quanto potrà andare avanti, considerando che di suoi dischi inediti ne sono già usciti e che di questo “Until the end of time” (album doppio) ne è prevista una seconda parte in doppio formato. 2Pac evidentemente era un artista prolifico, oppure, come spesso ricordava nelle sue rime, sentiva la sua fine vicina e quindi non ha voluto perdere tempo. Qualunque sia la realtà, “Until the end of time”, si riferisce al periodo più controverso, ma anche di maggiore popolarità del rapper e cioè tra il ’95 e il ’96, l’epoca del carcere per violenza sessuale, l’affiliazione con la Death Row Records di Suge Knight e Dr.Dre e la pubblicazione del doppio “All eyez on me” e di “The 7 day theory” con lo pseudonimo Makaveli. Era la fase più arrogante della sua carriera, quella dell’attacco diretto dei suoi avversari (la east coast e quindi la scena di New York, con Puff Daddy e Notorious B.I.G. in testa) e dei proclami circa la supremazia della sua crew e della costa ovest. Proprio qui è da ricercare il germe che ha poi portato alla sparatoria di quel 7 settembre ’96 che lo ha visto morire all’età di soli 25 anni.
”Until the end of time” nasce da una frase (trascritta nel booklet) detta da 2Pac proprio nella title track: “Quando mia madre mi chiede se cambierò mai, le dico di sì… ma è chiaro che sarò sempre uguale, fino alla morte”. L’album ripercorre i temi più cari al rapper, ovvero l’amore per sua madre e qualche componente della sua famiglia (la sorella Sekyiwa Kai, ricordata nella canzone “Happy home”), la sua terra adottiva, la California e l’elogio alla Death Row (“All out”), la sete di vendetta per il primo attentato e l’odio verso i suoi nemici (“When I get free”, “Breathin”, “Runnin on e”, “Words 2 my first born”, “Lastonesleft”), il sesso (“M.O.B.”, ovvero “Money Over Bitches” e “Thug N U thug N me”), la vita nel ghetto (“This ain’t livin”, “Lil’ homies”) la voglia di riscatto e di diventare un uomo migliore (“Happy home”, “Good life”, “Letter 2 my unborn”), ma anche la sua naturale predisposizione verso una vita da delinquente e fuorilegge (“When thugz cry”, “Niggaz nature”), sempre usando il suo solito linguaggio crudo e diretto.
Oltre a diventare una vetrina per i nuovi artisti Death Row, “Until the end of time” vede una discreta lista di partecipanti, come R.L. dei Next in “Until the end of time” (che utilizza il campione di una celebre canzone degli anni ’80 dei Mr. Mister, “Broken wings”), K-Ci & JoJo in “Thug N U thug N me”, gli onnipresenti Outlawz (la sua crew) in “All out”, “Good life”, Breathin”, “M.O.B.”, “World wide mob figgaz”, ”U don’t have 2 worry”, “Lastonesleft”, “Runnin on e”, Lil’ Mo in “Niggaz nature”, Left Eye delle TLC in “Let em have it”, gli Above The Law in “Words 2 my first born” (Cold187um degli Above The Law ha collaborato a molti dei brani dell’album), e, ancora, DJ Quik, i Trackmasters e Quincy Jones III.
Il potere di 2Pac è più forte di prima, il suo ricordo ancora vivo e, considerando il periodo al quale queste canzoni si riferiscono, spesso le sue rime assumono una valenza particolare, fatta di strani presagi e di aspettative tradite. In fondo, però, 2Pac non sbagliava quando diceva che sarebbe rimasto l’ultimo rapper a far sentire la sua voce.

(Alessandra Zacchino)
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