«YES BOSS FOOD CORNER - Transglobal Underground Sound System» la recensione di Rockol

Transglobal Underground Sound System - YES BOSS FOOD CORNER - la recensione

Recensione del 11 giu 2001

La recensione

In un periodo in cui le cose più interessanti, in ambito elettronico, scaturiscono da quella scena asian underground che tutti ormai davano per morta, da personaggi ormai di culto come Talvin Singh o Nitin Sawhney, giunge oggi nei negozi l’ultima fatica di Transglobal Underground, ovvero di quello che è stato il primo gruppo in assoluto a inventarsi l’Asian Underground. Da allora però, dai tempi di “Dream of 100 nations” (il loro primo disco), dai tempi del singolo di debutto (“Templehead”), di tempo ne è passato parecchio (era il 1993 quando esordirono). Nel frattempo Natasha Atlas, la famosa cantante e front woman della band, se n’è andata per intraprendere una carriera come solista. Ma Transglobal Underground non si sono dati per vinti. Nonostante la loro chiara appartenenza a quella che è stata la prima generazione della scena asian (insieme a Fun*Da*Mental), oggi sono ancora qui a riproporre la loro commistione, il loro patchwork sonoro a base di cultura anglo-asiatica. E il segreto del successo o delle disgrazie di un gruppo asian underground sta tutto qui. Nel saper conciliare in modo credibile i suoni della cultura indiana o asian in genere con le ritmiche e le sonorità della suburbia inglese. Molti, nel mettere in pratica questa commistione, sono caduti. Transglobal Underground, con “Yes boss food center”, escono indenni nel maneggiare questo pericoloso cocktail sonoro. Seppur più inclini ad adottare i beats tipici della cultura hip-hop, seppur sempre disposti ad adottare i ritmi schizofrenici del breakbeat (vedi “Step across the edge”), a strizzare l’occhio alla sensualità carnale del funk (vedi “Woodward avenue”) o a fare proprio il linguaggio della rap poetry (più da ghetto anglo-americano che non da strada di Bombay), Transglobal Underground, non si dimenticano mai delle tablas, di certi arrangiamenti tipici della tradizione “Bollywood” o di inserimenti vocali che guardano dritto in faccia alla tradizione indiana, riuscendo a suonare anglo asiatici senza far torto né alle loro origini né al luogo e ai suoni “inglesi” che li circondano da anni.

(Gian Paolo Giabini)
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