«PLICA POLONICA - Carlo Muratori» la recensione di Rockol

Carlo Muratori - PLICA POLONICA - la recensione

Recensione del 19 mag 2001

La recensione

E’ durata due anni la realizzazione materiale di questo disco. “Praticamente una vita” dicono le note e, interpretiamo noi, non è solo un modo di dire.
Il paragone con “Creuza de ma” (ma anche con i successivi dischi) di Fabrizio De André o con certe cose di Caetano Veloso (e la lista potrebbe continuare) sarà scontato, ma è quello che balza subito alla mente ascoltando questo “Plica colonica” (non tagliate quella treccia) a partire dalla prima traccia “Ppi tia stasira”. Gli ingredienti ovviamente non sono gli stessi ma il modo di miscelarli è simile. Ci sentiamo di dire che forse anche grazie a quei dischi Muratori ha trovato il modo per far convivere la tradizione siciliana e un gusto aperto, verso la canzone d’autore come verso suggestioni d’altre etnie. Ma, attenzione; quel che si intuisce dall’ascolto è che questa dimensione l’abbia in gran parte cercata semplicemente dentro se stesso tanto è naturale, fluente e circuente il risultato finale. Per questo quel “praticamente una vita” è da prendere alla lettera. Si resta avvolti in sonorità calde, vere e vive come, citiamo a caso e ad istinto, quelle di un tamburo a cornice e dei suoi riverberi (“Ppi tia stasira”) o di una fisarmonica che passa in “Kujeta la menti” e non lascia uguale la canzone anche quando se n’è andata, come una bella donna passa in una strada e non la lascia uguale. O ancora il piccolo grappolo di note di chitarra in mezzo a “Fina ca cci semu”, il pianoforte del frammento “Sutta li to’ finestri”, i ricami di percussioni di “Fimmina”. O, ancora, il sax contrappuntante di Daniele Sepe e la voce di Auli Kokko in “Turi nu parrò”, secca e sferzante, o la chiusura del disco con l’inserto vocale di una ninna nanna registrata sul campo in “Rosamarina”. E, ripetiamo, sono solo degli esempi. Ma anche quando sono di scena una chitarra elettrica e un hammond (“L’incantatrice”) il frutto è succoso. E anche il basso praticamente sempre presente è corposo e mai fuori luogo. Onore al merito quindi anche per i musicisti coinvolti che hanno dato un apporto non indifferente.
Si avverte in questo disco anche una produzione accurata, come avviene spesso per certe produzioni italiche. C’è un’omogeneità di fondo che in questo lavoro diventa una virtù, anche se tutti i brani (otto inediti e due frammenti tradizionali) sono stati accuditi in tutta la gestazione come fossero un album intero, e si sente. Magari qualche pezzo non mantiene la media alta del resto del disco, vedi “Fimmina” in qualche modo più scontata e irrisolta, ma questo non inficia nulla.
Non resta che augurare a questo disco di Muratori quello che si merita in termini di vendite o anche solo di visibilità, ma già con altri suoi lavori come “Stella Maris” o “Canti e incanti” era successo lo stesso e lui aveva continuato ad essere invisibile per molti.
Probabilmente questo buon disco fatto d’amore, d’asprezza temperata, di ricchezza espressiva non raggiunge i livelli dei capolavori di De André. Ma siamo sicuri che la suggestione dei nomi non accechi troppo?

(Francesco Casale)
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