«CALLING THE PUBLIC - 59 Times the Pain» la recensione di Rockol

59 Times the Pain - CALLING THE PUBLIC - la recensione

Recensione del 21 giu 2001

La recensione

Velocità e furore erano i termini con cui venivano descritti gli svedesi 59 Times The Pain ai tempi dell'esordio. Il modello era il punk hardcore, ma il gruppo di "Calling the public" non si può incasellare sotto questa definzione. L'album infatti presenta un gruppo orientato sulla strada tracciata a suo tempo dai Clash e poi ripresa dai Rancid. Di Strummer e soci, l’aspetto che li ha più colpiti è quello più schiettamente rock, non le ambizioni onnicomprensive che hanno spinto la band inglese verso i suoni giamaicani o il funk. Quindi, il quartetto svedese allinea una serie di brani con vocazione da inno, imbastiti su riff a presa immediata e grande profusione di cori. I testi non rinnegano nulla del passato della band e girano intorno ai soliti temi: la grama esistenza quotidiana con cui si è costretti a fare i conti, la necessità di darsi una mossa e via dicendo. Niente di particolarmente nuovo, e probabilmente lo sanno benissimo anche i 59 Times, visto che dedicano l’album ai musicisti che li hanno ispirati (ma senza fare nomi), e chiudono la dedica con la frase: “Calling the public è un marchio registrato delle nostre collezioni di dischi”. Che probabilmente si spingono anche ad anni precedenti al ‘77, a giudicare dal riff di “Cash on delivery”, che riecheggia non poco i Kinks di “Come on now”. Per il resto, sono da segnalare i fiati di “My life my choice my call”, un tentativo di aggiungere un tocco di colore in più a una miscela che rischia di essere fin troppo uniforme e ingessata. E poi c'è in apertura un titolo come “Rock the city”, talmente banale da sembrare quasi una mossa coraggiosa. Nella sua prevedibilità, “Calling the public” non è comunque un album disprezzabile, anche se resta raccomandabile principalmente ai cultori di una specifica frangia punk rock.

(Paolo Giovanazzi)
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