«FINELINES - My Vitriol» la recensione di Rockol

My Vitriol - FINELINES - la recensione

Recensione del 10 mag 2001

La recensione

Giovani, carini e molto occupati, i My Vitriol sono balzati sulle scene internazionali con una rapidità e con un curriculum che poche altre band possono vantare: il loro album d’esordio, “Finelines”, in effetti sintetizza quello che molti A&R ricercano in band che spazino dal rock al pop “evoluto”, raggiungendo un compromesso tra fruibilità e voglia di sperimentare. Il loro sound è irruente e deciso senza essere invadente: le chitarre – protagonisti strumentali assolute – sono trattate in maniera tipicamente “inglese”, con distorti incisivi e puliti forse un po’ troppo diluiti da echi e riverberi, mentre la sezione ritmica riesce a dare il giusto “tiro” ai pezzi grazie a cadenze rock piuttosto canoniche ma di grande efficacia.
Hanno tutte le carte in regola per piacere, i My Vitriol, anche se – dopo qualche ascolto – iniziano a tradire certe ingenuità che ridimensionano la loro nomea di nuovi signori del pop. Non mi riferisco alle canzoni in se (davvero ben scritte, con inserti strumentali non fine a se stessi ma ben inseriti nella struttura del brano), ma a certe soluzioni d’arrangiamento, sicuramente amplificate da una produzione di primissima categoria: innanzitutto le linee vocali – soprattutto nei ritornelli – scadono a tratti nel “già sentito”, inseguendo melodie che non brillano certo per originalità.
In secondo luogo, il “muro di suono” prodotto dalle chitarre del bravo Seth viene poco valorizzato dall’effettistica sempre troppo presente: un esempio su tutti, il phaser nel bridge di “Ode to red queen”. Un vero peccato – la cui colpa è forse non imputabile direttamente alla band – perché le tessiture strumentali sono molto belle, ricercate ma di facile presa, che spesso fanno sperare l’ascoltatore in intro strumentali più lunghe ed articolate.
“Finelines” rimane, al di là di ogni possibile critica, un disco da ascoltare: la maturità di scrittura espressa in questo esordio sembrerebbe assicurare ai My Vitriol un futuro sicuramente roseo, ammesso che il giovane quartetto riesca a far crescere e prosperare la propria vis sperimentale alla larga dai produttori. Perché il talento c’è, e si sente.

(Davide Poliani)
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