Goldfrapp - FELT MOUNTAIN - la recensione

Recensione del 23 apr 2001

E’ come se il pungente odore del sottobosco si svelasse insieme alla musica, con la sua terra scura di humus, gli aghi lucidi delle conifere e le loro cortecce resinose; come se la musica straniata fatta di sogni perversi si intrecciasse con i suoni di una foresta montana misteriosa e inquietante, dove mille creature si muovono notte e giorno. Come se Allison Goldfrapp, severa dama dallo sguardo assente e dai folti boccoli biondi, non fosse umana, ma creatura mitologica regina delle montagne e dea dei boschi. Una regina dei ghiacci che si aggira per valli sconfinate, monti innevati, distese accecanti di neve, sospesa in aria da ali invisibili; con la sua voce leggera e malinconica che sussurra parole che percorrono spazi infiniti, fino a conquistare la mente, come il canto stregato di una sirena.

Sono queste le impressioni che il disco d’esordio della studentessa d’arte e musicista Allison, insieme al suo alter ego Will Gregory, trasmette, ancor prima che il contenuto dell'album venga svelato. La confezione del CD, assolutamente in tema con le sonorità ariose dei brani, non è altro che una raccolta di ritratti montani en plein air, a documentare la grandiosa e maestosa bellezza della natura – quasi che il sentimento del ‘sublime’ provato dagli artisti e studiosi di tre secoli fa fosse ritornato in auge; ed è proprio con un inno alla natura che “Felt mountain” – montagna soffice come feltro – si spalanca: “Lovely head”, già ampiamente (ab)usata in un recente spot televisivo, si insinua prepotentemente nelle orecchie con il suo richiamo elettronico fatto di tastiere e fischi campionati, aprendo l’orizzonte su valli verdeggianti e sconfinate. Una folle panoramica che riporta a quella introduttiva del film capolavoro “The shining”, angosciante e fredda corsa che viene poi acquietata dalla struggente acustica di “Paper bag”, sussurrata dalla voce classicheggiante di Allison.
Un disco d’atmosfera quasi tematica – per chi ama lasciarsi cullare dalla fantasia – che, senza pretesa, si lascia andare alla sperimentazione e agli accostamenti più imprevedibili (il cha cha cha simil Björk-James Bond di “Human” e la vellutata disperazione di “Deer stop”, che potrebbe stare su un disco dei Portishead).

L’ovattata tristezza profusa da questo incantevole disco d’esordio è come un’ombra gentile che invade lentamente una stanza a sera, lasciandovi pervasi da sentimenti soffusi e indefiniti, magistralmente incoronati dalla voce seducente di una donna d’altri tempi.

(Valeria Rusconi)

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