«DOLCE CANTO - Matia Bazar» la recensione di Rockol

Matia Bazar - DOLCE CANTO - la recensione

Recensione del 26 mar 2001

La recensione

Quest'album assomiglia a una di quelle confezioni di cioccolatini eleganti, magari non buonissimi da mangiare ma avvolti in una carta luccicante e colorata. A parte le impietose fotografie sul booklet del CD – ma chi le ha fatte? Silvia Mezzanotte è carina, qui sembra un cofano – e un tragicomico errore di stampa nella tracklist ("Manchi solo tu" diventa "Manchi solu tu", alla sarda), per il resto "Dolce canto" è un disco ottimamente confezionato. Tecnologico e raffinato a un tempo, è stato costruito e si regge sulla professionalità e sul mestiere di Piero Cassano e Giancarlo Golzi (rispettivamente musiche e testi), sull'ingegno creativo del polistrumentista e arrangiatore Fabio Perversi (ultimo acquisto della band), sulla voce duttile, multiottava di Silvia Mezzanotte, interprete precisa più che interprete calda e "coraggiosa", almeno su disco.
L'impressione che si ha ascoltando (e riascoltando) "Dolce canto" è proprio questa: che sia un prodotto raffinato, come una di quelle case nuove i cui costruttori si preoccupano fino all'eccesso della perfezione di finiture e infissi, magari senza badare al fascino del palazzo nel suo complesso. Così qui abbiamo otto canzoni inedite di cui una strumentale, e poi tre brani ripescati dal glorioso passato dei Matia e riarrangiati in chiave ultramoderna: il primo è "C'è tutto un mondo intorno", la canzone del 1979 con cui la band apre, da anni, i concerti; il secondo "La prima stella della sera", un brano del 1988 riportato alla luce forse per via del suo ritmo veloce e accattivante; il terzo, infine, è "Stasera che sera", la canzone con cui, nel 1975, i Matia Bazar divennero famosi. Che qui, duole dirlo, è rifatta in versione peggiorativa rispetto all'originale, ovvero in stile spagnoleggiante, manco Silvia Mezzanotte fosse Paola, o Chiara, e stesse cantando "Vamos a bailar".
E per quello che riguarda gli inediti, non c'è purtroppo nessuna sorpresa: la voce della Mezzanotte è sempre in primo piano, il brano che apre l'album è quello (interessante) di Sanremo, il resto è messo lì a far massa, gruppo, equilibrio. Così dall'inizio del CD – prima di arrivare alle cover – ascoltiamo una sfilza di canzoni d'amore con variazioni sul tema: una è sulle delusioni, una sulle speranze, una sulla routine, una sulle storie nuove. Piuttosto prevedibile. Tra una ballata dolce e un brano ritmato, si arriva in maniera indolore alla fine dell'album, la cui ultima canzone è un omaggio strumentale a Silvia Mezzanotte, in cui il pianoforte ricorda un po' Keith Jarrett. E si resta con il dubbio: il gruppo sentiva davvero, sul serio, l'urgenza creativa di comporre quest'album?

(Paola Maraone)
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