«A QUIET REVOLUTION - A Quiet Revolution» la recensione di Rockol

A Quiet Revolution - A QUIET REVOLUTION - la recensione

Recensione del 14 apr 2001

La recensione

“Quiet”. Sembra quasi un tormentone di questi mesi. “Cheto” sembra la parola d’ordine delle anime musicali più sensibili e brillanti della scena musicale internazionale, da Kings Of Convenience (i primi assertori dell’assioma “quiet is the new loud”, il titolo del loro delicato e intimista disco d’esordio) a Broadway Project (che ha appena pubblicato “Compassion”, uno dei dischi più convincenti di “chill out” degli ultimi anni che racchiude un brano indimenticabile come “Quiet revolution”) fino ad arrivare a Quiet Revolution, nuovo progetto voluto da Damian O’Neill (ex That Petrol Emotion) che con il suo disco omonimo ripensa una versione rallentata e più “cheta” di quello che potrebbero essere oggi My Bloody Valentine. Già, perché la passione per le chitarre in reverse, per melodie per chitarre che costruiscano sinfonie elettriche (come usava fare Kevin “MBV” Shields, non a caso tra i “guest” dell’album) è la stessa del mitico gruppo dell’inizio anni ‘90. Certo, i ritmi e le premesse sono diverse. I ritmi sono quelli lenti e rallentati del post trip-hop. Ritmi mai una volta imperfetti, sempre “cool” e sporchi quanto basta per dare al disco una patina di Nu Jazz e allo stesso tempo di abstract Hip-Hop. Le premesse sono quelle di un progetto, di gente come O’Neill, che come molti popster di oggi, rivede le dinamiche armoniche attraverso la lente sfuocata del chill out, della musica elettronica astratta che ha imperversato negli anni ‘90 e quindi arriva a mandare tutto (tastiere vintage sporchissime, xylofoni, rhodes e altri mille suoni) immancabilmente in loop, accatastando suoni secondo la filosofia del “sound boy” e non più quella del songwriter pop. Il risultato è un disco ai limiti della perfezione. Una bolla fluttuante di suoni, loop, costante sporcizia sonora che, con le sue sempre sorprendenti concatenazioni di suoni, ci regala uno dei dischi più riusciti di new psichedelia. Il tutto con i toni sommessi e “cheti” della quieta rivoluzione imperante nella musica d’oltre manica.

(Gian Paolo Giabini)
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