«I HEARD MYSELF IN YOU - January» la recensione di Rockol

January - I HEARD MYSELF IN YOU - la recensione

Recensione del 04 mag 2001

La recensione

Ad essere maligni si potrebbe pensare che anche Alan McGee si è accorto (come la EMI, che dopo i Coldplay è andata subito a beccarsi Starsailor) che il New Acoustic Movement è un buon business. Ma chi conosce Alan McGee e la sua onesta passione per la musica sa che lui, come tutti quelli sensibili alle melodie e alle vibrazioni sonore che vibrano nell’aria, è arrivato a reclutare un gruppo come i January (che di fatto potrebbero tranquillamente essere inseriti nel calderone del NAM) con naturalezza. In più, se si pensa che January, oltre che a una tendenza a suonare acustici (che poi si riduce soltanto a usare la sempre più rivalutata chitarra acustica), pensano pop song chiaramente estatiche, profondamente sognanti, indubbiamente astratte e galleggianti a mille miglia da terra come solo avrebbero fatto gruppi dream pop come Slowdive (della scuderia della Creation, l’etichetta di McGee che Alan stesso ha deciso di chiudere per recuperare l’innocenza perduta), si capisce l’assoluta e cristallina onestà d’intenti della band in questione (e più a largo raggio di Alan McGee). Già, dreampop sembra essere il punto di riferimento fisso nell’arco dei 10 brani di “I heard myself in you”. Un dreampop che a volte, per le sue inflessioni psichedeliche, fa pensare ai Pink Floyd di “Wish you were here” (ascoltare “Through your skies” e “Contact light”). Un dreampop che, nei passaggi più rumorosi fa venire in mente lo shoegazing (altro parente stretto della Creation) e che poi, nelle ballate a base di slide guitar, riporta alla luce atmosfere care a Mojave 3 (che altro non sono se non la versione country folk dei vecchi Slowdive?). E se non fosse per quelle sbavature (in “All time”, soprattutto) troppo “mainstream pop” alla Oasis (quelli più sdolcinati delle canzoni scritte da Noel), January sarebbe un disco da sonnambuli psichedelici da assaporare per i migliori viaggi ad occhi aperti. Ma qualche sbavatura qua e là non toglie il merito a January di aver confezionato un album degno di essere ascoltato nella quiete più assoluta del NAM dei nostri giorni.

(Gian Paolo Giabini)
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