«SALTO CON TE - Snaporaz» la recensione di Rockol

Snaporaz - SALTO CON TE - la recensione

Recensione del 02 apr 2001

La recensione

Durante la preistoria del rock italiano ha tenuto banco per un bel po’ un’annosa questione: meglio scrivere testi nella lingua di Dante o ricorrere al più collaudato inglese? Chi ha abbracciato la prima ipotesi è riuscito a guadagnarsi maggiore spazio discografico. Quindi, viva l’italiano e le chitarre elettriche, basta con i testi in inglese biascicato e con accento improbabile. Non sono mancati esempi di gruppi che sono riusciti a trovare un modo credibile per far quadrare rock e sintassi italica, ma sono molto numerosi anche i casi che suscitano qualche perplessità. “Salto con te” rientra nella categoria. Non che sia un brutto disco, anzi: gli Snaporaz sono in netta evoluzione rispetto al precedente “Tantalana!” e suonano come si deve. Però, qualche dubbio si insinua quando ci si imbatte in versi come “moltiplico la mia avversione verso il darwinismo atomico/percorsi e implicazioni reali mi trasportano con la mente su lui” (“Il grande bastardo”, peraltro un pezzo niente male) o “col cuore in mano chiedo se tu sai/spiega la vita, spiega perché mai/sei troppo tenero, ti rifarei/cercando il modo di dosare meglio pane e vino” (“A volte”). D’accordo, slegare le parole di una canzone dalla musica non è un’operazione corretta, ma anche ascoltate nel giusto contesto frasi del genere non suona proprio benissimo. Insomma, si insinua il sospetto che simili giri di parole - pane quotidiano in molti testi rock - in inglese possono anche andare bene, non altrettanto in italiano. E’ una questione fonetica, non di contenuto. Peccato, perché le idee musicali che sorreggono l’album sono in gran parte di ottimo livello, come già detto. Canzoni come “Pane +”, “Un nuovo sentimento”, “Pentothal” o la stessa “Salto con te” hanno tutte le qualità giuste per farsi apprezzare da qualsiasi appassionato di rock, ma i testi a tratti lasciano perplessi. Un rigurgito di anglofilia? No, ho subito controllato ascoltando vecchi dischi dei CCCP, senza alcun moto di insofferenza. Ottusità da scribacchino incapace di comprendere la cifra stilistica e l’urgenza comunicativa dell’artista? Possibilissimo. D’altra parte, i giornalisti non capiscono niente di musica, come è noto. O forse l’effetto desiderato era proprio quello di spingere l’ascoltatore a chiedersi cosa sia il darwinismo atomico?

(Paolo Giovanazzi)
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