«TO RECORD ONLY WATER FOR TEN DAYS - John Frusciante» la recensione di Rockol

John Frusciante - TO RECORD ONLY WATER FOR TEN DAYS - la recensione

Recensione del 12 mar 2001

La recensione

E’ una stupida pretesa quella che riempie la bocca di coloro che propongono – assoluto metro di valutazione – uno scontato paragone con la fonte più vicina all’oggetto da giudicare. In questo caso, la pubblicazione del terzo disco solista di John Frusciante non viene giudicata, ma spiegata. E le motivazioni – che sempre devono essere matematiche – sono cercate tra una traccia e l’altra della registrazione, segmento dopo segmento, inevitabilmente arrivando a evidenziare non i pregi o i difetti della musica, quanto le similitudini e le differenze con i lavori realizzati dai Red Hot Chili Peppers, che qui aleggiano nell’aria come i fantasmi che costellano le giornate di Frusciante. Ed è strano, dato che il ragionamento più veloce e lineare sembrerebbe quello che conduce, dritto e senza ostacoli, alla pensierosa vita di un ragazzo diciottenne ritrovatosi, senza rendersene conto, in uno dei più grandi gruppi della scena rock alternativa.
John Frusciante ha abbandonato gli amici Flea e Anthony durante il tour di “Blood sugar sex magik”, raggiunto il picco del successo. E uno come lui, perso nell’eterea tristezza di chissà quali sentimenti, non ha potuto che tradire l’indifferente significato della “Fama”. Frusciante, il ragazzo solitario del gruppo che ama suonare il suo vecchio strumento e giocare con i pennelli sulla tela, ha bisogno, e solo questo, di pubblicare un disco dal titolo sinonimo di purificazione e dalla copertina emblematica nella sua lineare freddezza. Bisogno di liberare le anime che lo prendono a braccetto all’alba e al tramonto, protagoniste dei brani sospesi a metà tra il compiuto e l’incompiuto, quasi fossero sculture di Michelangelo; e proprio come in certe opere, l’impatto che segue è devastante nella sua schiettezza, grezzo, ruvido, penetrante, ridondante. In essi c’è un dolore gelido, la disperazione e la tensione che paralizza il corpo, nelle mattine che promettono solo ciò che già sappiamo. Sensazioni e visioni che avranno quasi certamente accompagnato molte notti di John Frusciante, e, forse, anche qualche strascicato momento della nostra più intima esistenza. Un disco che è passato tra le corde di una chitarra e sul viso corrucciato di John Frusciante, sul suo taglio di capelli alla buona, i vestiti umili, lisi e scompagnati, il corpo segnato, gli occhi persi nella distanza intangibile dello spazio e un sorriso perfetto dai denti rifatti.
In “Going inside”, la canzone più orecchiabile del disco, Frusciante parla di quelle essenze che lo circondano, che entrano nelle sua carne, nel suo spirito e nella sua testa, mostrandogli la via giusta da percorrere, in una vita al limite della perdizione. “Non sprechi la vita. Entrando, arriverai a conoscere chi ti sta osservando e chi, al tuo fianco, risiede nel tuo corpo”.
Bentornato, dentro e fuori dal gruppo.

(Valeria Rusconi)
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