Sin dall’attacco del disco Priviero (che, si dice, avrebbe potuto essere dove ora è Ligabue) si incurva, si inarca, cerca di prendere velocità. Le sue sono oneste composizioni in cui il tentativo è quello di impiantare testi in italiano su classici schemi rock d’oltreoceano, nei quali si tuffa riuscendo quasi sempre a stare a galla, anche se l’archetipo Springsteen è sin troppo palese (“Grande mare”, “Angel”, “Fragole a Milano” sono solo gli esempi più evidenti). Qualche buona trovata (i cambi di ritmo in “Maria”, i giochi timbrici di “C’è una città”, la ritmica di “Duemila” e parecchie altre ancora) personalizza il discorso.
I testi vogliono essere diretti, con metafore secche, rock per l’appunto, e con qualche passaggio (“Resto da solo a bere gin sulla spiaggia/ e la mia giacca ubriaca di pioggia”) che risente di una certa iconografia.
Si sente una ricerca, una voglia di dire senza sbracare (e il rischio ci sarebbe), anche se, ad esempio, qualche arrochimento vocale pare un po’ forzato.
Alla fine il disco si fa ascoltare volentieri. In qualche altra parte del mondo Priviero avrebbe un suo pubblico. In Italia si deve solo avere la forza di non smettere di provarci.
(Francesco Casale)