La musica di "Amaro", perdonate lo sfruttamento di un'immagine abusata, è simile a un viaggio. Che passa con disinvoltura dalle ballate più scarne ed essenziali ("Profumo di spine") all'etnico scatenato, stile Goran Bregovic. Ascoltate per esempio, in apertura d'album, "Boomerang" o "Funesto siero": furiose quasi, con la fisarmonica dell'ottimo Luca Frediani a condire un ritmo fanfaresco, travolgente, luciferino.
I tredici pezzi di "Amaro" costituiscono una struttura musicale possente, che si sviluppa in maniera circolare, capace di trasmettere emozioni e comunicare sentimenti. Tutto parte dalla voce di Stefano Piro, decisa e convincente: una specie di Piero Pelù senza troppe lagne, in grado di usare toni bassi e rauchi senza sembrare ridicolo, di urlare se necessario; e attorno alla voce si snoda tutto il resto, con sorprese nascoste quasi dietro ogni angolo, poiché nella stessa canzone ci sono aperture jazz e chitarre che ricordano il Sudamerica ("Rose e rasoi"), echi di tango e storie circensi ("Il clown"), sussurri e ninne-nanne di chitarre pizzicate ("La ballerina immobile").
Verrebbe da accostare i Lythium a un altro "giovane" gruppo italiano, quello dei monzesi Zoo: la cui musica è un’altra fucina di suoni e colori, mai ferma e sempre calda, in perpetuo ribollire. Come questo disco: che sentito in cuffia dà senz'altro il suo meglio, perché una volta immersi nell'ascolto non se ne vorrebbe più uscire, e che ha probabilmente un'unica pecca. Quella dei testi, che vanno ancora lavorati a lungo. A Piro, Tacchi e Faleschini, che dimostrano di saper cantare e suonare, non perdoniamo passaggi scontati come quelli di "L'unica tribù": "Libri sacri ed omelie non mi plageranno mai/ ai vangeli gnostici preferisco Diabolik... Credo nell'immortalità della creatività/ ad un'unica tribù Cristo Budda e Manitù". Ragazzi, qualcosa di simile l'ha già cantato Jovanotti all'inizio degli anni '90: non vorrete rischiare di assomigliargli, no?
(Paola Maraone)