«STARS AND TOPSOIL - A COLLECTION 1982-1990 - Cocteau Twins» la recensione di Rockol

Cocteau Twins - STARS AND TOPSOIL - A COLLECTION 1982-1990 - la recensione

Recensione del 02 feb 2001

La recensione

Jean Cocteau, uomo di un altro secolo, tentò di indirizzare il nascente cinema verso l’arte. Se oggi lo portassero a vedere "Charlie’s Angels" o "Tutti pazzi per Mary" ne morirebbe – buon per lui, quindi, che la circostanza si è già verificata. Non ha visto il cinema diventare produzione seriale, privato dall’industria dell’inquietante soffio dell’arte. Stessa sorte sembrerebbe essere toccata ai suoi discendenti adottivi scozzesi, il cui periodo migliore ritroviamo qui in rapida e ovviamente sbrigativa carrellata. Dopo aver creato qualcosa di unico, aver cercato un linguaggio che esprimesse emozioni struggenti sulla tenue soglia che separa la felicità dalla malinconia, si sono sciolti in preda a insostenibili tensioni sentimentali, e poco dopo beffardamente ritrovati accanto alle pive di Hevia a fare pubblicità ad un’auto. Questo perché alle orecchie di chi sceglie musica per venderci pantaloni o profumi, un brano come "Carolyn’s fingers" è risultato inevitabilmente esotico ed alieno, una volta confrontato con l’assai elementare ed asettico pop del 2000.
Non offenderemo gli ultimi devoti di Liz Fraser e Simon Guthrie cercando di definire, ad uso e consumo dei neofiti, la musica dei Cocteau Twins (negli anni i critici si sono scervellati coniando etichette che andavano da "ethereal pop" a "victorian gothic"). L’unica cosa che suggeriamo loro è quella di diffondere il verbo, approfittando proprio di questa raccolta. Sì, manca questo e quel pezzo (ognuno ha i suoi favoriti; chi scrive ad esempio lamenta la mancanza di "Blue bell knoll") - ma inserendo questo disco tra gli scaffali dei vostri conoscenti potreste provocare lo sbocciare di un irrefrenabile singhiozzo zuccherino ("Sugar hiccup"). A chi invece già conosce quei luoghi rivestiti di colori indefinibili come "Pink orange red" o "Pale clouded white", ma non vi fa ritorno da parecchi anni, riprovare ad affacciarsi sulla succitata soglia potrebbe dare delle sensazioni sconcertanti. Le atmosfere create dalle batterie elettroniche, le cadenze dark del basso, i loop di chitarra, l’angelica voce della Fraser, vengono più che mai da un altro mondo, oggi più che una decina di anni fa. Ma se all’inizio l’impressione soprattutto sonora è quella di una lontananza nel tempo, basta rimettere il disco da capo per rendersi conto che la distanza è soprattutto artistica, ed è a svantaggio del panorama odierno e delle sue scarse velleità. La pur eccelsa collaborazione di Liz con i Massive Attack è terribilmente eloquente in proposito: in questi anni la musica è andata decisamente in senso anti-Cocteau. Il fatto è che ad essere datata – anzi, a nascere datata - è il 95 per cento della produzione attuale. Ben venga quindi una raccolta come questa, che ci ricorda di non dimenticare chi ha fatto qualcosa di bello.

(Paolo Madeddu)

TRACKLIST

05. Lorelei
06. Pandora
09. Pale clouded white
11. The thinner the air
14. Carolyn’s fingers
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