«LIVE @ THE KEY CLUB - Pennywise» la recensione di Rockol

Pennywise - LIVE @ THE KEY CLUB - la recensione

Recensione del 23 gen 2001

La recensione

Chi non conosce i Pennywise si può facilmente fare un’idea ascoltando la breve introduzione parlata alla traccia numero quindici, dove vengono elencati i nomi-cardine dell’educazione musicale (e sentimentale, si potrebbe aggiungere) dei quattro: Black Flag, Circle Jerks, Descendents, TSOL, Bad Religion e Minor Threat, tenuti in fondo per annunciare la cover del brano omonimo, ormai un classico del punk americano. Questo "Live at the Key club" - e anche la storia dei Pennywise, a ben vedere - sta tutto dentro in quel breve elenco di eroi di cui la band americana ha cercato di diffondere la lezione. Missione riuscita, dato che sono diventati uno dei gruppi più importanti in casa Epitaph, anche senza riuscire a sfondare il muro del mercato mainstream. D’altra parte la scelta di restare sulla indie guidata da Brett Gurewitz, nonostante l’interessamento delle major dopo il boom di Green Day e Offspring, indica che diventare superstar nel mondo dello spettacolo non era probabilmente nei loro obbiettivi. E infatti, pur non sfuggendo alla autocelebrazione con un album dal vivo, i Pennywise scelgono la registrazione di un concerto in un piccolo club californiano. In linea con lo stile che si sono scelti, anche se una raccolta di registrazioni fatte durante esibizioni di maggior peso sarebbe stata forse una mossa di profilo commerciale più alto. Quello che conta comunque è che la band fila come un treno e dall’attacco di "Wouldn’t it be nice" fino alla conclusiva "Bro hymn" dà un saggio di quello che ormai si considera il suono tipico della Epitaph: velocità e potenza, senza perdere di vista la necessità di scrivere canzoni che abbiano una struttura e qualche gancio melodico. Una formula ormai largamente sfruttata, che i Pennywise hanno contribuito non poco a codificare. E che non hanno nessuna intenzione di mollare, anche se difficilmente offrirà in futuro sbocchi creativi inediti. Il loro ruolo adesso sembra essere quello di tenere vivo quel suono, cosa che riescono a fare meglio dei molti epigoni più giovani. Passato il momento della furia giovanile, resta da vedere se riusciranno a invecchiare in modo dignitoso. O, per dirla con le parole di Greg Graffin dei Bad Religion, se sia possibile restare punk per tutta la vita.

(Paolo Giovanazzi)

TRACKLIST

01. Intro
02. Wouldn’t it be nice
05. Can’t believe it
11. Society
17. Alien
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