«EAT AT THE WHITEY'S - Everlast» la recensione di Rockol

Everlast - EAT AT THE WHITEY'S - la recensione

Recensione del 15 gen 2001

La recensione

Chi ha seguito fino ad oggi la carriera di Erik Schrody aka Everlast sa che il tipo in questione non scherza: già l’avventura degli House of Pain, qualche anno fa, era riuscita a far voltare le teste di quanti pensavano che l’hip hop fosse appannaggio esclusivo di neri – eh certo, si sa, come sentono il ritmo loro... - possibilmente pregiudicati, per guardare in faccia un gruppo di irlandesi che rappava facendo terribilmente sul serio. Alla conclusione di quell’avventura Everlast si era messo in proprio e con "Whitey Ford sings the blues", nel 1998, un incantevole connubio di rugosità blues e di ritmiche hip hop, aveva visto il suo nome inserito in tutti i referendum relativi ai migliori album di fine anno. Poi è stata la volta di "Today", seguito ideale di quel lavoro che adesso lascia il posto a questo "Eat at Whitey’s", album che si propone con una certa ambizione a partire dalla lista degli ospiti. Nel suo immaginifico locale, raffigurato all’interno della copertina, Whitey ha fatto entrare Carlos Santana, B-Real, Rahzel, N’Dea Davenport, Cee-Lo, Warren Haynes, Kurupt, oltre a normali avventori, e con loro organizza una festicciola di quelle che piacciono a lui, a base di ritmiche pesanti come pugni, chitarre acustiche che tessono riff di blues e la creazione di un sound che alla fine mette insieme tre delle principali vie della musica nera: blues, hip hop e r’n’b. Pur dovendo fare a meno dell’effetto sorpresa che aveva permesso a "Whitey Ford..." di colpire nel segno per la sua caratura originale e l’atteggiamento in controtendenza, "Eat at Whitey’s" forse non possiede le stesse prerogative d’urgenza espressiva di quel lavoro, e sembra maggiormente un parco dei divertimenti costruito da Everlast a sua misura, nel quale darsi da fare per dare vita anche a qualche momento di grande musica. La formula musicale, arricchita dalle ospitate, comunque funziona, e nonostante "Babylon feeling" riproponga il solito Santana (i fraseggi sembrano copiati da quelli di "Maria, Maria" e incollati qui) è difficile non farsi catturare dall’atmosfera del brano. La stessa cosa succede quando Everlast sposa con più decisione l’hip hop, come accade nell’introduttiva "Whitey", e poi in "Deadly assassins" e "Children’s story". Buona anche tutta la seconda parte dell’album – che, fedelmente all’ambientazione "diner", è diviso in due "turni", quello della colazione e quello della cena – con un'altra buona esibizione di Santana in "Put your lights on". Un album energico e impulsivo, nel quale però Everlast non dimentica di lasciare spazio ad arrangiamenti e metriche piacevoli: c’è forse qualche pezzo anonimo di troppo, per cui questo disco non verrà osannato come "Whitey", ma il materiale e la stoffa, come al solito, ci sono.

(Luca Bernini)
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