«RADIO 4 A COLLECTION - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - RADIO 4 A COLLECTION - la recensione

Recensione del 18 gen 2001

La recensione

Stile, leggerezza, citazionismo, ironia. Una sana, immutata voglia di spaccare il mondo e magari, nello stesso tempo, prendere tutti per i fondelli riciclando i materiali più vari con una gran dose di gusto e altrettanta smaliziata furbizia. Sono questi, a ben vedere (insieme alla eleganza delle confezioni digipak e dell’artwork in stile squisitamente Sixties), i tratti comuni al già nutrito drappello di dischi con cui plana sul mercato la Poptones, nuova impresa discografica di Alan McGee dopo la separazione dagli Oasis e lo sgretolamento della Creation Records. Punk e psichedelia, i due ingredienti fondamentali di quella stagione secondo la ricetta dettata dal cuoco McGee in persona, riaffiorano solo a tratti in questa nuova avventura, che allarga per il resto il raggio d’azione alle dimensioni più eterogenee del pop contemporaneo. Basta un ascolto al sampler "Radio 4" (messo in vendita dal distributore italiano V2 al prezzo più che incoraggiante di 4.900 lire), per rendersi conto del credo politeista di McGee: sedici gruppi e solisti, molti semisconosciuti, che affrontano l’equazione pop prendendola dalle angolazioni più diverse. Chitarre e suggestioni lisergiche riemergono sofficemente nel folk-rock narcotico dei Montgolfier Brothers: "Seventeen stars", il loro album, è un disco perfetto per gli occhi e le orecchie stropicciate della domenica mattina, che la coppia Mark Tranmley-Roger Quigley ha concepito in gran parte sul "tavolo da caffè di casa" (così le note di copertina), magari con Syd Barrett o i Microdisney sul piatto, rimirando orizzonti lattiginosi, sospesi nel tempo e nello spazio. I rimandi al passato proseguono con i Millennium (la bossa-pop di "To Claudia on Thursday" rimanda alla vocalità delicata di Simon & Garfunkel) e con il jingle-jangle byrdsiano dei Cosmic Rough Riders, mentre alla California sorridente dei Sessanta sembrano rifarsi anche le liquide chitarre di Joey Stec e le armonie celestiali di Sandy Salisbury, quasi degli Youngbloods reincarnati trentacinque anni dopo. Melodie, chitarre e amplificatori prossimi al punto di saturazione caratterizzano Oranger e January, mentre in "Out there in the dark" gli Outrageous Cherry tornano ancora più indietro nel tempo, al beat e al garage punk di Small Faces e Seeds, da una e dall’altra parte dell’Atlantico. Non ci sono solo i Sixties, tuttavia, nell’immaginario culturale della Poptones: ci pensano la pop-dance di Technique (una potenziale rivale per Spice e Samantha Mumba?) e i synth alla Moroder/Dead Or Alive dei Ping Pong Bitches a spostare bruscamente l’asse in direzione di altre stagioni musicali, mentre a colorare l’etichetta di ‘black’ e ‘brown’ provvedono le pulsazioni dub di Mission Control e di Mad Professor, e il rock chicano di El Vez. Insieme ai Selofaneseventyfour, il cui album è un helzapoppin’ surreale in bilico tra l’"Hollywood party" di Peter Sellers, surf, space music e lounge lunatica), quest’ultimo è forse il campione massimo del citazionismo e del riciclo culturale, tra gli artisti della scuderia: un Presley del border che in "Pure Aztec gold" ricucina in salsa tex-mex i classici del King (ma anche di James Brown e David Bowie, con tracce sparse di Stones, R.E.M. e di Yma Sumac) con effetti esilaranti, portando alle estreme conseguenze il teorema di McGee: guardare al passato per mettere un po’ di pepe al presente. Non è un’intuizione rivoluzionaria, forse, ma il divertimento è assicurato.


(Alfredo Marziano)

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