«BEGGARS GROUP - A COLLECTION 1977 - 2000 - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - BEGGARS GROUP - A COLLECTION 1977 - 2000 - la recensione

Recensione del 14 gen 2001

La recensione

Dalle lugubri "caverne" popolate da dark e new waver fine anni ’70 ai club trendy della sfavillante Londra di inizio millennio, ne ha davvero fatta di strada la Beggars Banquet di Martin Mills. Ventitré anni di militanza al fronte della scena musicale britannica da celebrare, al passaggio di millennio, con una doppia antologia da poco pubblicata anche in Italia. Occasione buona per verificare quante braccia, in movimento verso le direzioni più diverse, abbia questa dea Kalì del rock indipendente inglese. Inglobando di volta in volta le energie creative e i marchi di produzione più diversi (4AD, Mantra, XL, Mo’Wax e tanti altri), Mills e i suoi non si sono mai voluti bloccare su uno stile o uno stereotipo, come l’erratico percorso offerto da queste 27 tracce illustra eloquentemente. Qui, i campioni della prima ora ci sono tutti, o quasi: c’è il rock gotico e maestoso dei Cult ("Zap city", 1986) e c’è il Brit-pop danzereccio dei Charlatans (qui rappresentati dalla nuova "Happen to die", in un profluvio di organi vintage e linee di basso alla "Sympathy for the devil"). Ci sono i Cocteau Twins della soave Elizabeth Fraser, i This Mortal Coil e i Dead Can Dance (con la ieratica, magica "Severance"), indimenticati gioielli di casa 4AD. C’è l’abrasivo impatto rock dei Pixies e ci sono le atmosfere notturne e dcadenti dei Bauhaus. Ma c’è anche il talento fresco (e magari ancora un po’ acerbo) del celebrato Badly Drawn Boy, che mai come nella lunatica "Chaos theory", sette minuti di schitarrate rock e di singulti ritmici disturbati da qualche ronzio elettronico, giustifica la più volte affibbiatagli definizione di "Beck inglese". Ci sono le contaminazioni etno-dance di Transglobal Underground (con "Temple head", trascinante mistura tribal-funk-hip hop) e di Natacha Atlas (bellissima "One brief moment"), introdotte dal delizioso pop al curry di "Brimful of Asha", qui presente nell’esplosivo, fragoroso remix firmato da Norman Cook/Fatboy Slim. Spazio anche al pop lineare e solare dei Delgados, al folk-punk ossuto di Kristin Hersh, al minimalismo dei Mojave 3 e alla straordinaria vena cantautorale di Mark Lanegan, ispirato come non mai nella spettrale cover di "Carry home" di Jeffrey Lee Pierce (estratta dal magnifico "I’ll take care of you" del 1999). Mentre le tracce restanti perlustrano con abbondanza di esempi i territori dell’elettronica e della dance "intelligente": ed ecco allora la sofisticata neo-lounge dei Thievery Corporation, già molto popolari anche da queste parti, accanto all’intrigante cocktail dei Bowery Electric (la cui "Freedom fighter" accoppia picking chitarristico alla Nick Drake a ipnotici beat e arredamenti elettronici), mentre i Basement Jaxx mandano tutti in pista con la house funkeggiante di "Miracles keep on playin", , Roni Size e Breakbeat Era sparano l’arrembante, esotica trance elettroacustica di "Bullitproof" e i Saint Etienne sciorinano quasi dieci minuti di epica electro-beat in "How we used to live" facendosi aiutare dal remixer Paul Van Dyke. Scampoli di ventitré anni di vita liofilizzati in due ore e 20 minuti di ascolto spesso avvincente, quasi sempre stimolante. Lunga vita alla decana delle indies inglesi.

(Alfredo Marziano)
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