«THE 7TH SONG - Steve Vai» la recensione di Rockol

Steve Vai - THE 7TH SONG - la recensione

Recensione del 31 dic 2000

La recensione

“Il concetto di ‘The 7th song’ è cominciato molti anni fa quando mi sono messo a registrare il mio primo album ‘Flex-able’. La chitarra languida e morbida mi ha sempre toccato il cuore e ho pensato che sarebbe stato interessante dedicare il settimo brano dei miei dischi a quel tipo di ballata chitarristica”. Ecco svelato dal chitarrista di Long Island il pretesto per pubblicare Tthe 7th song”, una raccolta di ballad che costituiscono la settima traccia di una decina di album tratti dalla sua quindicinale carriera solistica. Tre dei quali (“For the love of god”, “Tender surrender” e “Window to the soul”) hanno ricevuto delle nomination per i Grammy come migliori brani strumentali. E allora via a una serie di lenti strappabudella, densi di svolazzi melodici, di scale veloci e di quelle evoluzioni chitarristiche fini a se stesse che rendono inutili molti dischi di questo tipo. La collaborazione con il Maestro Frank Zappa non sembra avere insegnato molto a Steve Vai, che continua a sfornare saggi sulla sei corde più vicini a puri esercizi di stile che a produzioni discografiche. Per carità, ci troviamo davanti a una tecnica strumentale indiscutibile, ma personaggi come questi stanno rovinando molti giovanissimi musicisti in erba che, con l’aiuto della mentalità esclusivamente jazzistica di molte scuole di musica italiane, crescono con il mito della gelida perfezione tecnica totalmente priva di cuore. E allora, “mostri” della sei corde come Steve Vai o Yngwie Malmsteen devono essere presi in considerazione come autori di metodi per chitarra sotto forma di CD e non come autori di album. Perché un album non si costruisce solo mostrando al pubblico quanto si è bravi a muovere le dita sulla tastiera.


(Diego Ancordi)
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