«SIBLING RIVALRY - Doobie Brothers» la recensione di Rockol

Doobie Brothers - SIBLING RIVALRY - la recensione

Recensione del 24 dic 2000

La recensione

Il dubbio dei dubbi – in questo caso, il dubbio dei Doobie. Ovvero: cosa può fare un’onorata formazione di classico american rock dopo trent’anni di onorata carriera e continui rimpasti nella formazione? Decidersi una volta per tutte ad appendere le chitarrone al chiodo e rifarsi una vita, oppure continuare? E in questa seconda ipotesi, cosa è meglio fare, continuare sulla stessa strada, oppure trovare nuove vie?
Ebbene, come forse già sospettavate, il gruppo californiano ha fatto la scelta più naturale: rimettersi addosso i vecchi jeans e gli ancor più vecchi stivali, e cavalcare di nuovo quelle vecchie, familiari good vibrations. E se di questi tempi la tendenza prevalente non fosse quella di giudicare il suono complessivo, l’impatto, invece che la qualità delle canzoni, si potrebbero elogiare i Doobies perché il loro feeling, anche senza Michael McDonald (per alcuni: proprio perché senza Michael McDonald) è rimasto quello dei bei tempi. Aggiornarsi? A chi fregherebbe? Non a coloro che sono maggiormente interessati ai prodotti della rinomata ditta, che anzi assaporeranno con piacere canzoni che hanno un capo e una coda, gli assoli e i cori e le chitarre e i ritornelli, e tante chitarre, come non se ne sentono più. Brani come “Rocking horse” e “Ordinary man” sono un distillato degli anni ’70, pezzi come “On every corner” sono fatti con una matrice sconosciuta a chi è nato dopo il 1975. Curiosamente, i testi bonaccioni ed edificanti sono la cosa più in sintonia con il pop attuale: “La gente deve volersi bene” o “Ritorniamo ai giardini dell’Eden” (e vanno segnalati ulteriori riferimenti religiosi in “Jericho” e “Higher ground”): probabilmente è il loro modo di allinearsi al Giubileo (o Doobileo). Ovviamente i DB non titilleranno mai l’immaginazione di chi cerca ritmi e pulsioni nuove, visionarie, proiettate nel futuro (già faticano a proiettarsi nel presente). Ma anche se le suggestioni alla “Easy rider” dei loro vecchi dischi sono solo delle eco lontane (e ci mancherebbe), in “Sibling rivalry” se ne possono trovare più che nel resto del rock di oggi. Mettete pure questo album accanto a “The captain and me”: lo guarderà come un fratellino nato in epoche meno fortunate, ma riconoscerà a prima vista il sangue del suo sangue.

(Paolo Madeddu)
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