«RAZMATAZ - Paolo Conte» la recensione di Rockol

Paolo Conte - RAZMATAZ - la recensione

Recensione del 28 nov 2000

La recensione

Molti grandi sognatori italiani sognano luoghi ed eventi favolosamente lontani, dai quali si sentono irrimediabilmente esclusi. Emilio Salgari fantasticava di una Malesia mitica. Sergio Leone viveva in un’America altrettanto mitica.
Paolo Conte ha sempre vagheggiato una Parigi inafferrabile, un luogo-chimera nel quale una generazione di giovani e malinconici provinciali nati prima della guerra immaginavano l’incontro tra Joséphine Baker e rustiche fisarmoniche valzeggianti, tra gli ultimi misteriosi profumi del vecchio impero coloniale francese ed il jazz - lo scattante linguaggio dei nuovi imperatori americani. Un luogo in cui un giovane, malinconico provinciale venisse chiamato Gentleman o Monsieur, e non “monsù”. Oggi Conte ha finalmente coronato la sua più grande fantasia: un musical ambientato nella capitale francese e negli anni ’20, dove può evocare tutte le sue immagini preferite. Immagini fatte soprattutto di suoni – si comincia, programmaticamente, dal titolo “RazMaTaz”, per poi tuffarsi nel gioco di parole “Paris, les paris”, nel quale ripete come un mantra la sua parola preferita, con una “erre” così arrotata che se ci si avvicina si rischia di tagliarsi. E via via si prosegue nella più ambiziosa, “finale” creazione dell’immaginario dell’autore di “Azzurro”. E’ una serie di quadri da una esposizione (significativo il fatto che il cantante si aiuti anche con dei disegni) che vedono sfilare tutte le fantasie di Conte: su tutte dominano la donna come supremo mistero (“The black queen”), i sogni esotici di “It’s a green dream” e “La java javanaise”, e il jazz come affascinante, inafferrabile “Cane giallo” (frase chiave: “C’est un wagon de brouillard le jazz, oui, oui”). In un brano, l’Avvocato si spinge al limite estremo del proprio sogno: quello di essere finalmente un francese che liquida il “bel canto” ironizzando sugli italiani e la loro “Pasta diva” - con tanto di Vesuvio, pomodoro e basilico.
A rischio di irritare Atahualpa o qualche altro Dio, rileviamo che lo scopo, evidentemente, non era quello di regalare canzoni memorabili – e infatti, nonostante l’ascolto sia piacevole, nel disco non ce n’è alcuna (anche “That’s opinion” sa di roba già sentita – proprio da Conte, s’intende). Il livello è sempre alto, ma questo non è un disco, è un’opera, una summa artistica, e anche un interessante lavoro di filologia musicale (si noti, ad esempio, la latitanza dello swing). Conte ha lavorato più sulle immagini, su idee musicali, sui “generi” che non sulle canzoni, a partire dall’iniziale “Razmataz”, suite di due minuti in cui convivono blues, jazz e music-hall. I devoti non mancheranno di deliziarsi dei “Tra la la” con l’accento francese e di lampi sardonici come “Papè Satan Aleppe, pan et salam, pan et salam a fette” (!). Ma per i non iniziati al percorso artistico del “Maestro”, ci sarà forse un po’ di disagio nell’accostarsi a un affresco ambizioso che impone due scelte: andare a vedere lo spettacolo realizzato da Conte, oppure (in modo sottilmente PaoloContiano) immaginarsi tutto.


(Paolo Madeddu)
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