«BLACK AND BLUE - Backstreet Boys» la recensione di Rockol

Backstreet Boys - BLACK AND BLUE - la recensione

Recensione del 29 nov 2000

La recensione

“Questo non è rock’n’roll. Questo è genocidio”.
(David Bowie)

Signori, siamo di fronte a un’opera mirabile. I Backstreet Boys e il loro team ce l’hanno fatta. E’ quasi da non credere: “Black and blue” è un disco autenticamente, genuinamente imbecille. Se Stanley Kubrick fosse ancora vivo, rifarebbe “2001 Odissea nello spazio” sostituendo al fatidico monolito questo CD, piazzato in mezzo alle scimmiette urlanti (ogni riferimento alle fans del gruppo è del tutto casuale). Anche con la migliore buona volontà, non c’è mezza idea (non un’idea intera: mezza) che non sia banale, ovvia, già sentita, e comunque già proposta in “Millennium” o “Backstreet’s back” dagli stessi ragazzoni della Florida e da chi muove i loro fili.
Due cose ci turbano: la prima è che produrre un disco del tutto ottuso non è semplice. Supponiamo che alle spalle di questo sogno ci sia un lavoro d’équipe maniacale, una determinazione feroce, una volontà di perfezione non comune. Di conseguenza, ci chiediamo: perché? Perché ogni soluzione sonora, ogni coro, ogni singola parola dei testi che non fosse completamente banale e prevedibile, è stata spietatamente rimossa affinché non rovinasse tanta magnifica, sferica compiutezza? Dopotutto, i Backstreet Boys non sono del tutto insopportabili come altri loro colleghi bambolotti e colleghe bamboline (ogni riferimento al fiorente commercio di pupazzi con cui le fans del gruppo possono giocare è del tutto casuale). Le loro esibizioni sono divertenti e degne persino di ammirazione; i loro video sono fatti benino. Perché allora tanto disprezzo per quello che dovrebbe essere il motore principale della loro attività professionale, ovvero il disco? Evidentemente, siamo arrivati a un punto di non ritorno. Le canzoni non ambiscono più a nessuna suggestione: non c’è nessuna velleità di solleticare tramite suoni l’immaginazione dei fan: tutto è lasciato alle immagini, ai balletti. Anzi, bastano gli enfatici e semiparodistici “zum zum zum” orchestrali di “The call” per immaginare le concitate coreografie e pantomime di Nick e Kevin e AJ e Howie e Brian. Il disco è solamente una colonna sonora in funzione dei video e dei balletti: non hanno tutti i torti gli arcirivali ‘N Sync a commentare che l’unica cosa che sta in piedi in tutto il disco è il singolo “Shape of my heart”. Il resto sono ritmi buoni a malapena per l’aerobica, testi insopportabili, coretti da Zecchino d’Oro e ballate così sviolinate che Gigi D’Alessio sembra uno dei Ramones. No, questo non è pop, non è r’n’b (haha, ci mancherebbe). E’ merce accessoria che, da sola, non è niente: ha bisogno dell’intera rappresentazione (pubblicitaria) del prodotto – su MTV, ovviamente (non è polemica: è grazie a MTV Europe che i BSB, sconosciuti in patria, hanno cominciato a dare la loro arte alle gioiose masse adolescenti).
Per concludere, visto che i Nostri hanno scelto di rappresentarsi in nerazzurro, viene spontaneo un paragone calcistico con l’Inter di Moratti: se non ci fossero i media e i generosi sponsor ad insistere sul fatto che è una squadra, sorgerebbe più di un dubbio in proposito. Così come per la multinazionale del petroliere milanese il presentarsi su un terreno di gioco è altra cosa dall’essere una squadra di calcio, allo stesso modo per i 5 miliardari di Orlando il presentarsi nei negozi di dischi è altra cosa rispetto al fare un disco che stimoli o perlomeno intrattenga.


(Paolo Madeddu)
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