«TEST DON'T TEST - Attica Blues» la recensione di Rockol

Attica Blues - TEST DON'T TEST - la recensione

Recensione del 07 dic 2000

La recensione

Due anni fa, quando, dopo un lungo apprendistato tra le fila della Mo’Wax, gli Attica Blues esordirono con “Blueprints”, squarciarono con il loro nu soul urbano tinto di blu, non pochi cuori. “Blueprints” infatti era una sequela mozzafiato di ballate soul a ritmo di hip hop, impreziosite da gocce di rhodes che davano ai brani un tocco di poesia notturna, di astrazione urbana da post rave. Una perfetta commistione tra hip hop, soul, jazz e l’abstract musical science predicata da James “Mo’Wax” Lavelle che dava come risultato finale un nu soul estatico, difficile da eguagliare. Con un simile precedente ci si aspettava un disco per lo meno all’altezza, se non un altro capolavoro. Forse la lunga attesa ha creato troppe aspettative. Forse il passaggio sofferto dalla Mo’wax alla Sony ha contribuito a creare travaglio all’interno del trio londinese. Di fatto, “Test. Don’t test” lascia attoniti per la pochezza dei contenuti. Charlie (il DJ) aveva fatto professione in alcune interviste della sua passione per la musica classica, perno attorno a cui avrebbero dovuto avvolgersi i nuovi brani. In “Test. Don’t test” non c’è traccia di questa passione. E insieme ad essa si sono persi nel nulla i beats avvolgenti del primo disco, soppiantati da ritmiche spesso troppo sincopate, quasi sempre poco convincenti, in molti passaggi troppo digitali. Si sono perse nel nulla anche le liquide e calde melodie per rhodes che avevano contraddistinto “Blueprints”. Il tutto per virare verso territori electro, verso sonorità techno, verso andamenti dub poco originali. Se a questo poi si aggiunge il fatto che Roba (la cantante) sembra un ghiacciolo, lontana mille miglia dalle calde e sentite interpretazioni dei brani di “Blueprints”, potete capire quanto “Test. Don’t test” sia una delle più cocenti delusioni della scena trip hop inglese di quest’anno.

(Gian Paolo Giabini)
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