«THE ENTERTAINIST - Chilly Gonzales» la recensione di Rockol

Chilly Gonzales - THE ENTERTAINIST - la recensione

Recensione del 01 dic 2000

La recensione

Lo si era già intravisto qualche mese fa il potenziale di Gonzales (o Chilly Gonzales, o Kooky Canadian Gonzales, o come volete chiamarlo), di questo artista canadese trasferitosi a Berlino in cerca di fortuna nella scena musicale. Allora però, ai tempi di “Gonzales uber alles”, ci aveva fatto capire quanto Las Vegas, i crooner e in parte Beck e il suo approccio “ludico” all’hip hop e alla musica in genere, fossero importanti all’interno della struttura dei pezzi. Oggi, sopra tutto, viene a galla un innato attaccamento alla cultura hip hop. Diremo di più. L’electro, più che l’hip hop vero e proprio, con i suoi beats funky e un po’ primitivi, fanno la parte del leone in questo disco. E oltre ai ritmi, Gonzales dimostra di essersi ascoltato anche i rapper del momento (“This one jam” è una riuscitissima e divertente presa in giro dell’odioso e spocchioso Eminem), i produttori black (la bellissima “The name they gave me”, uno dei pezzi più riusciti dell’album, fa pensare a una versione punk di Timbaland) e in genere una vagonata di hip hop. Con un punto a suo favore che gli fa vincere la partita e che fa di questo disco una delle cose più originali uscite dai tempi di “Mellow gold”: che ogni volta che pensa hip hop, ogni volta che infila una rima in freestyle, lo fa con il sorriso sulle labbra e, soprattutto, con una coscienza innovativa che lo porta a pensare hip hop accostandolo a suoni lontani anni luce dalla ridicola seriosità “macho” dei rapper americani. Ascoltare il punk hip hop “stonato” e visionario di “Meditation” e “Feedom freestyle”, il Nu beatnik associato ai disturbi alla Suicide di “Prankster fly”, il freestyle cartoonato e comico di “Figga please”, i flat beats alla Mr Oizo che accompagnano la dissacrante “So what the fuck?” o il groove stralunato di “Higher than you” per capire quanto Gonzales sia in stato di grazia e, con un suono che si accosta allo stesso tempo al synth pop, all’electro, a certe produzioni punk elettroniche (l’ultimo Van Helden, i Basement Jaxx, Mr Oizo, ovvero l’intellighentia dell’elettronica post digitale) e all’hip hop per rendersi conto del potenziale di questo disco.

(Gian Paolo Giabini)
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