«PUBLIC DOMAIN - SONGS FROM THE WILD LAND - Dave Alvin» la recensione di Rockol

Dave Alvin - PUBLIC DOMAIN - SONGS FROM THE WILD LAND - la recensione

Recensione del 14 dic 2000

La recensione

E’ un viaggio a ritroso nel tempo quello compiuto da Dave Alvin con gli ultimi tre album. Un viaggio attraverso la musica americana che il nostro aveva compiuto trasversalmente nella rock’n’roll band dei Blasters fino a quando l’ingombrante carattere del fratellone Phil non spinse Dave a cercare strade alternative a quella in cui aveva troppo poco spazio. Così la sua creatività ha avuto modo di emergere in una carriera solista che ne sta portando a galla tutta la brillantezza. Il rock’n’roll resta la base del suo essere musicista ma la sua espressione si è avvicinata un po’ alla dimensione cantautorale. Da qualche anno Dave sembra avere deciso di esplorarne le radici e le evoluzioni e così ha analizzato prima il rock contemporaneo a stelle e strisce con “King of California” e poi quello dei decenni precedenti con “Blackjack David”. Ora va ancora più indietro, agli albori, riproponendo motivi tradizionali di dominio pubblico, “Public Domain” appunto. Canzoni figlie di n.n. che sono ormai patrimonio della cultura americana, arrangiate da Alvin e rese con grande rispetto da musicisti all’altezza: Rick Shea, Bobby Lloyd Hicks, Joe Terry, Gregory Boaz, Brantley Kearns, David Jackson, John “Luke” Logan e Greg Leisz. Il disco si apre con la voce profonda di Dave che canta una spirituale “Shenandoah” e poi “Delia”, “Dark eyes”, “Railroad Bill”, “Texas Rangers”... Fra chitarre, mandolini, armonica, slide , dobro, violino, si passa dalle atmosfere rurali delle praterie all’honky tonk da saloon, dalle cowboy ballad al blues, al boogie, al country”, aiutati dalla voce di Dave sempre più calda. Un disco per gli appassionati di roots rock americano.

(Diego Ancordi)
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