«IL NUOVO CAPITOLO DEI CANTI DEGLI INDIANI D'AMERICA - Indian's Sacred Spirit» la recensione di Rockol

Indian's Sacred Spirit - IL NUOVO CAPITOLO DEI CANTI DEGLI INDIANI D'AMERICA - la recensione

Recensione del 19 nov 2000

La recensione

Qualche anno fa l’operazione “Sacred spirit” – un tributo al Vecchio Cuore Nativo rivista in chiave new age con tanto di musica prestata a qualche pubblicità tv di turno – aveva portato alla ribalta delle charts il suono riveduto e corretto dei Nativi Americani (attenzione a non chiamarli Pellerossa o i puristi vi faranno a pezzi) e, con loro, una cultura oggettivamente affascinante e profondamente radicata in tutti i punti di riferimento che l’Occidente industriale sembra aver perso: lo spirito, la natura, il senso di appartenenza a una tribù. In un certo senso era proprio di questi contenuti che, in modo del tutto riflesso, si appropriava quella compilation, capace di campionare vocalizzi e formule rituali native inserendole in contesti musicali decisamente poco originali, contestualizzando in quell’affascinante mondo quello che Michael Cretu degli Enigma aveva già fatto con il Gregoriano. Si sa che vanno di moda queste cose, da qualche tempo, ossia la riproposizione di suggestioni ‘d’annata’ tagliate e diluite per un pubblico di massa, meno sofisticato di quello, decisamente ristretto, dei musicologi. Per cui la prima cosa da fare è accantonare l’idea che questa possa essere davvero la musica dei Nativi Americani. Sarebbe ridicolo pensarla così, con quartetto d’archi, percussioni computerizzate e sequencer, e d’altra parte, se mai sarete presi dalla curiosità, un bel Cd di musiche tradizionali vi toglierà il dubbio e al tempo stesso la sete per un bel po’, visto che si presenta come un ascolto molto più impegnativo. Conducendo il ragionamento ad uno scatto successivo possiamo dire che questa compilation vende invece – e lo fa bene – la suggestione relativa al mondo dei Nativi Americani, suggestione che a volte, lo vediamo nella vita di tutti i giorni, è addirittura più importante della realtà. Lo vediamo bene soprattutto nel mondo dei consumi, dove l’idea di avere o di fare è anche più importante dell’avere o del fare stesso, così come la suggestione di entrare a far parte di un mondo attraverso un oggetto ‘di sintesi’ è più comoda e sbrigativa di un iter di apprendimento lento e reale. “Indians’ sacred spirit” ci offre la musica di quelli che noi pensiamo siano i Nativi Americani, e lo fa con tutta la spietata sapienza e indifferenza di cui sono capaci le operazioni commerciali di questo tipo: una bella foto in bianco e nero virata seppia in copertina, qualche frase a effetto nel libretto (probabilmente appartenente a qualche proverbio nativo), un ignoto musicista che si fa chiamare The Brave e che è, come già in precedenza, il deus ex machina dell’intero progetto – e non mi stupirei che fosse sempre lo stesso Michael Cretu, guarda caso anche gli Enigma sono della Virgin -, il guest prestigioso di qualche musicista o corista dal nome evocativo e, gran finale, l’elemento umanitario della percentuale ricavata dalle vendite del disco e destinata al Fondo per i Diritti dei Nativi Americani. E naturalmente una sorta di new age da camera pervasa di vocalizzi e frasi recitate con una bella pronuncia gutturale, con tanto di probabile hit, “Yane-Heja-Hee”, più simile a una danza bretone che a un pezzo nativo. Insomma, c’è tutto quello che serve per convincere della bontà dell’operazione e delle suggestioni, compreso l’appoggio di una associazione seria come Survival. Io continuo a pensare che ci sia più musica nativa in una sola canzone rock di John Trudell o di Robbie Robertson piuttosto che in un progetto come questo, ma se avete bisogno di un disco con cui fare yoga, pulire casa e rilassarvi – che si sa, lo schivare tutte le suggestioni quotidiane ormai è diventato un lavoro – magari potreste trovarlo adatto. Fate voi. Io vi ho avvertito.
(Luca Bernini)
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