«THE GOOD, THE BAD AND THE FUNKY - Tom Tom Club» la recensione di Rockol

Tom Tom Club - THE GOOD, THE BAD AND THE FUNKY - la recensione

Recensione del 05 dic 2000

La recensione

Ci sono locali veri o immaginari che portano con sé il sapore di un’epoca, e di atmosfere semileggendarie. Quando tramontano, se ne preserva il ricordo perché non invecchi, come si fa con una fotografia tenuta in un cassetto, che ha il compito di evocare momenti irripetibili. La riapertura del Tom Tom Club è un po’ come la riapertura del Mocambo, dello Studio 54, o del Cotton Club. Quando Tina e Chris inaugurarono la loro isola dei ritmi felici nella Manhattan dove sparavano a John Lennon e moriva Sid Vicious, fu come il segnale di un vento nuovo. Lo sfuggente elemento di divertimento che si nascondeva nei Talking Heads veniva a galla senza vergogna, inaugurando un decennio – gli anni ’80 – nel quale molte cose negate negli anni ’70 sarebbero emerse con prepotenza. Al Tom Tom Club si ballava sorridendo, invece che pogare con rabbia come ai concerti punk di poco tempo prima. E c’era molto più divertimento che furbizia, nel modo in cui i due proprietari del locale mescolavano funky ed echi tropicali, rap e reggae per intrattenere una clientela che aveva quasi disimparato a rilassarsi con la musica – ed aveva, per dirla con gli stessi Heads, “Fear of music”.
Anche se il Club dei coniugi americani ha riaperto fugacemente anche nel ’92, il loro ritorno oggi ha il sapore di un “Vent’anni dopo”. Lo spirito che anima i gestori è lo stesso: offrire divertimento scanzonato ma non banale, trovare un feeling ritmico piacevole – prima di tutto per chi manda avanti il locale. Ma il fatto è che il Club di Chris e Tina oggi ha una concorrenza feroce. Lo circondano centinaia di locali votati al nuovo credo trance-elettronico, frequentati da giovani che prima ancora che ballare chiedono di essere investiti da un martellante cocktail di suoni che impedisca di connettere, e mantenga l’adrenalina a mille. Al Tom Tom Club questo non accade, e quasi ci si sente vecchi nel constatarlo. Si avverte che il tempo, lo scenario, e la stessa clientela (ovvero noi pubblico pagante) ha irrimediabilmente mutato le proprie coordinate sonore: ci vogliono parecchi ascolti per sintonizzarsi nel modo giusto su una rilassata versione di “Love to love you baby” o l’impeccabile ska di “She’s dangerous”, su “Time to bounce” che avverte che “è tempo di rimbalzare” o “Who feels it?”, versione aggiornata della festa musicale che fu “Genius of love” (quel pezzo che ripeteva ossessivamente “James Brown, James Brown”, come se bastasse la parola, e il nome del cantante fosse il suono stesso del “soul”). Delle due l’una: o questa è diventata “musica da vecchi”, oppure l’accelerazione dei BPM ha terremotato tutta la musica “ballabile”. Probabilmente quella vacanza ritmica di cui c’era bisogno all’inizio degli anni ’80 è diventata una sbornia, che rende difficile apprezzare immediatamente un disco come “The good, the bad and the funky”, che cerca di essere piacevole sia da ascoltare che da ballare – senza sudare troppo, s’intende – ma è piuttosto povero dal punto di vista delle melodie. Tanto che quando Charles Pettigrew attacca “Let there be love” (che ha contribuito a scrivere), si sente lo scarto rispetto al resto delle cose confezionate dal batterista e dalla bassista, cui evidentemente è più difficile costruire strofe e ritornelli. Al di là di questo limite comprensibile in una “base ritmica” come quella costituita da Weymouth-Frantz, non si può imputare ai Tom Tom Club il fatto che nella dance di oggi girino tante chiacchiere e pochissima qualità. E a loro vantaggio va il fatto che alla gente, tra Radiohead e Chemical Brothers, tra Eminem e Rage Against The Machine, manca un po’ di quello che il Club ha sempre promesso: “fun, natural fun”.


(Paolo Madeddu)
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