«LIVE FROM HOUSE OF BLUES - Yes» la recensione di Rockol

Yes - LIVE FROM HOUSE OF BLUES - la recensione

Recensione del 27 nov 2000

La recensione

Sarebbe bello prendere la macchina del tempo e scoprire chi è il buontempone che ha avuto la bella pensata di definire quello degli Yes “rock PROGRESSIVO”. Quasi trent’anni dopo “Fragile”, questi signori non sono progrediti di un passo. E visto che il breve sprazzo di modernità apportato da Trevor Horn nei lontani anni ’80 (con “90125” e “Owner of a lonely heart”) non ha trovato continuità, i quattro ammiragli degli Oceani Topografici sono tornati sulle rotte che conoscono meglio: un ennesimo “Yesshow”, ovvero un disco dal vivo - il più tipico dei monumenti a se stessi. Che poi, nel loro caso, è anche una sorta di aberrazione, visto che il loro ultimo live è datato 1997 (ma solo l’anno prima, era uscito un altro doppio live, per cui si può dire che nel ’98 e nel ’99 ci hanno concesso una tregua).
Eppure, una volta strabuzzati gli occhi per la sfacciataggine con cui Anderson e soci ripresentano imperterriti le loro “Yessongs”, non si può non rimanere ammirati da quella che a questo punto è pura coerenza. Anche sonora, perché per la prima volta dopo trent’anni gli Yes hanno, chissà come, ritrovato la stessa ispirazione che fece spiccare loro il volo tanti, tanti (ma tanti) anni fa. Che sia questo il vero “progresso”, ricongiungersi alle proprie vette creative? Molti ci provano, ma quasi nessuno ci riesce: checché ci dicano i critici, è vana illusione immaginare un Dylan che sfodera una serie di brani fatti con la stessa pasta di “Highway 61” o i Rolling Stones che sfoderano un paio di pezzi degni di figurare in “Let it bleed” – ragion per cui, con la scusa dell’evoluzione del sound, si accetta la robetta con cui tirano a campare da anni. Viceversa i sei cavalieri del “Perpetual change” (oh, ironia) hanno scoperto che tornare al campo-base “is no disgrace”, e che alla fine del “Roundabout”, è meglio fare ciò che si sa fare meglio. “Homeworld” e “The messenger” (datate 1999) hanno la stessa intensità di “Starship trooper” o “Siberian Khatru” – le quali ottengono quindi un meritato turno di riposo (…peraltro le abbiamo appena ririririascoltate su “Keys to ascension”), e la cosa è tanto più evidente proprio perché nel concerto della House of Blues le canzoni-matricola vengono fatte marciare di buona lena a fianco delle indomite veterane “Your move” e “And you and I”, e senza che si notino i 30 anni di storia che le separa. Non osiamo immaginare l’effetto sui fan di più vecchia militanza –la nostra impressione è che “House of Yes” li farà semplicemente impazzire: è in assoluto il disco più simile a “Yessongs” che i Nostri abbiano prodotto in tutti questi anni, e Dio sa quanti tentativi hanno fatto. La carica, lo spirito sono assolutamente quelli. Raramente avevamo visto un ritorno alla casa madre così felice: al confronto, le velleità di Neil Young di rifare “Harvest” o quelle di Bowie di rifare “Hunky dory” impallidiscono. La macchina del tempo gli Yes l’hanno presa davvero. E a chi li accuserà di fare sempre la stessa roba, possono rispondere che questa roba non la fa nessuno. Niente da eccepire: le varie Spicemadonne possono continuare a fare le loro “Music” o altre canzoni-accessorio: siamo pronti a scommettere che con queste note le poche centinaia di Yessidui Yesseguaci proveranno emozioni molto superiori a quelle degli acquirenti dei prossimi top ten album.

(Paolo Madeddu)
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