«AIN'T LIFE GRAND - Slash's Snakepit» la recensione di Rockol

Slash's Snakepit - AIN'T LIFE GRAND - la recensione

Recensione del 09 nov 2000

La recensione

I chitarristi amanti del rock si sentiranno certamente un po’ depressi e frustrati nel sentire quale tipo di musica va per la maggiore oggigiorno in radio, in tv e nelle classifiche. Lo stesso sentimento di desolazione pervade sicuramente anche il cuore dell'ex-Guns N' Roses Slash il quale, stufo di stare semplicemente a guardare, rispolvera dopo cinque anni i suoi Snakepit, imbraccia la sua amata Les Paul e ritorna a cavalcare le care onde del rock 'n' roll.
Con il secondo lavoro intitolato "Ain't life grand", il calendario musicale adottato dagli Snakepit si è fermato a metà degli anni '70, portandosi dietro anche la lezione degli anni '80 impartita dai Guns 'N Roses. Sì, perché questo disco potrebbe anche essere quello che i Gunners non sono riusciti a fare dopo "The spaghetti incident": un disco di puro rock di strada che profuma di Jack Daniels e di sigarette. Con un nuovo vocalist certamente più convincente di Eric Dover (e dello stesso Axl!), gli Snakepit attaccano i jack nell'amplificatore e partono subito in quarta con un pezzo facilmente riconducibile al repertorio dei Guns, "Been there lately", brano aggressivo e di sicura presa per chiunque possieda un orecchio abituato al rock 'n roll di qualità. "Just like anything" rilassa inizialmente l'orecchio con delle percussioni, ma la tranquillità è subito spazzata via dalle prepotenti chitarre, legate anch'esse al retaggio Guns 'N Roses. "Shine" sembrerebbe un pezzo degli Aerosmith, mentre "Mean bone" trae momentaneamente in inganno con degli scratch ed un'introduzione rappata al femminile fin troppo moderna e fuori posto per questo disco. Fortunatamente qualche secondo dopo le cose si aggiustano, ritornando sugli stretti binari del rock. "Serial" è quasi un plagio dell'assolo di chitarra del celeberrimo "Dont cry": ma come accusare Slash di reato, giacché il pezzo in questione l'aveva scritto proprio lui? Il brano che dà il titolo al disco è un bel blues che potrebbe calzare a pennello nel repertorio di David Lee Roth, giustamente accompagnato da Brian Setzer e la sua orchestra. Dopo una sana dose di blues, il rimedio per far muovere le gambe Slash lo trova con "Speed parade", canzone di strada dal riff di chitarra molto pesante, mentre l'anfetaminica "The alien" (che sia Slash l'alieno in un mondo musicalmente fin troppo moderno?) chiude la raccolta, riportando ancora alla mente le composizioni dei toxic twins: Perry&Tyler. Chi si è stufato di aspettare il ritorno dei Gunners, qui troverà soddisfazione.
(Andrea Paoli)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.