«BLACK MARKET MUSIC - Placebo» la recensione di Rockol

Placebo - BLACK MARKET MUSIC - la recensione

Recensione del 23 ott 2000

La recensione

La musica del loro primo album era stata catalogata come “edonistica”. “Without you I’m nothing”, invece, aveva portato a parlare di ripiegamento malinconico. Con questo loro terzo album, “Black market music”, i Placebo voltano pagina con energia e creatività, con invenzioni rock che non suonano mai banali. Invenzioni che, appunto, sono rock ma al tempo stesso fuori dagli schemi, eppure come marchiate da una cifra distintiva che è fatta dalla miscela della voce agrodolce di Brian Molko, sgradevole eppure suadente e ipnotica, accompagnata da un uso delle chitarre che le rende capaci di essere insieme cullanti e sferzanti. “Black market music” è un album che graffia, scuote e accarezza: un album dinamico, pieno di trovate che a volte lasciano spiazzati, in cui si coglie una evidente voglia di sperimentare, di scoprire, di rischiare e di rinnovarsi, ma senza eccessi. E’ un album dove si accelera per poi rallentare, dove si guarda avanti con un occhio indietro.
Il brano che apre la tracklist, “Taste in men”, forse il momento di maggiore accelerazione dell’album, è come se volesse introdurci bruscamente in un clima che, seppure sotteraneamente venato di malinconie e cupezze, è pervaso di un’energia che induce all’azione. Con ritmiche e campionamenti che fanno pensare ai Chemical Brothers, “Taste in men” è la prova di come i Placebo abbiano cercato nella contaminazione tra i generi delle soluzioni rock a uno stato d’animo che si respira in tutto l’album e che è quello di un’apertura, di uno sprigionamento di energie compresse, con il perdurare sempre, però, di una sorta di fragilità cronica, che spiega quel senso di angoscia che è come fosse il basso continuo delle composizioni del gruppo. Se “Black-eyed” ripropone una sperimentazione basata sui suoni dell’elettronica, “Spite & malice” offre l’esempio di un altro tipo di contaminazione, quella del rock con l’hip-hop, presentando i Placebo in versione quasi militante con un vero e proprio slogan punk ripetuto nel corso del brano dal rapper psichedelico Justin Warfield: “Dope, guns, fucking in the streets”. Ma se queste sono le accelerate, non mancano momenti in cui il gruppo torna a soluzioni melodiche quasi tradizionali (“Special K”), alla ballata in cui i suoni si fanno minimi, diventando echi che, per il solo fatto di risuonare, rendono consapevoli di un vuoto, di un’assenza (“Passive aggressive”, “Peeping Tom”).
L’apertura che si respira nei suoni la si ritrova poi nei testi che, se continuano a parlare prevalentemente di stati d’animo interiori, escono però dal ripiegamento fine a se stesso per passare a un altro livello di comunicazione del proprio essere: lo sguardo è più di frequente rivolto verso l’esterno, spesso rivolto su altri da sé, e la sensazione è quella di un desiderio di comunicare, di rendere partecipi della propria fragilità, che proprio per questo suona più vera, perché depurata di intellettualismi.
(Laura Centemeri)
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