«DEAD HEART IN A DEAD WORLD - Nevermore» la recensione di Rockol

Nevermore - DEAD HEART IN A DEAD WORLD - la recensione

Recensione del 31 ott 2000

La recensione

Il nuovo disco dei Nevermore segna la prima registrazione del gruppo come quartetto. Perso il chitarrista Tim Calvert, i quattro di Seattle non demordono e cercano con questo quarto capitolo della loro discografia di ripetere i fasti ottenuti con il precedente “Dreaming neon black”, album che l’anno scorso ottenne svariati consensi. Ma i cambiamenti non sono avvenuti solo all’interno della lineup. Dietro il banco di regia questa volta non troviamo più il solito Neil Kernon, ma Andy Sneap, conosciuto ai più per aver prodotto band come Machine Head, Earth Crisis, Stuck Mojo, ecc. Il risultato del nuovo lavoro dei Nevermore filtrati da Sneap è certamente dei più buoni. “Dead heart…” infatti prosegue sulla stessa linea musicale collaudata sin dall’omonimo disco del ‘95, una linea che propone cioè un suono denso e robusto, carico nelle chitarre, oscuro e gotico nelle tematiche. L’abilità di Loomis (unico rimasto alle sette corde), è indubbiamente esaltata dal tocco di Sneap, in special modo sull’apertura dell’elaborata “We disintegrate”, ma anche nell’assalto all’arma bianca di “Inside four walls” e “Engines of hate”. Chi conosce bene il lavoro di Sneap individuerà immediatamente il caratteristico sound da lui manipolato ed erroneamente si potrebbe pensare che la sua abilità possa servire solo per esaltare band che hanno fatto della brutalità e della modernità i loro marchi di fabbrica. Anche con i Nevermore, padroni di un sound fortemente debitore verso il più vetusto gotich-power, il lavoro del produttore sembra calzare a pennello. Brutalità, melodia ed innovazione, quindi, in “Dead heart…” si sposano ad hoc. Il cantante Warrel Dane riesce a dare un’impronta caratteristica a tutte le canzoni, passando da atmosfere epiche ad altre più cupe. Il momento culminante della sua bravura vocale è però rintracciabile nella traccia “Evolution 169”, ma anche nella struggente “The heart collector”. Sarà una sorpresa udire la traccia numero otto “The sound of silence”, il cui riff introduttivo, ma solo quello, fa pensare proprio al celeberrimo brano di Simon&Garfunkel. In sintesi una prova soddisfacente che fa ben sperare per il futuro del metal targato Seattle.
(Andrea Paoli)
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