«1967-72 - BOWIE AT THE BEEB (3CD) - David Bowie» la recensione di Rockol

David Bowie - 1967-72 - BOWIE AT THE BEEB (3CD) - la recensione

Recensione del 11 ott 2000

La recensione

Cosa significa avere il rock’n’roll nel proprio DNA nazionale? Significa avere una radio nazionale come la BBC. Significa avere qualcuno – al di là dei mille difetti che una radio così potente può avere - che si occupa di svuotare gli archivi nei quali sono conservate le esibizioni degli artisti che hanno fatto la storia del rock, spesso catturati nel momento migliore della propria carriera. E’ stato così per Led Zeppelin, Who, XTC, Queen – tanto per citare i primi nomi che vengono in mente e di cui è già uscito il materiale registrato per i vari programmi radiofonici della emittente nazionale inglese – ed è così anche per David Bowie, pur contenendo questo cofanetto di due Cd (ma c’è un extra disc di cui parleremo tra poco...) materiale registrato in un arco di tempo relativamente breve, se si considera la lunga e tutt’ora ambita carriera di Bowie. 10 session registrate tra il 1968 e il 1972, per un totale di 37 brani (un paio di doppie versioni ma il risultato non cambia) che attingono ai primi cinque album del Duca Bianco. E che album: un già sicuro “David Bowie”, un già classico “David Bowie – man of words, man of music”, in seguito ristampato con il titolo di “Space Oddity”, e poi, in un attimo, il decollo: arrivano “The man who sold the world”, prima incursione in quel rock sanguigno, dalle tinte ancora a tratti psichedeliche (è la fine degli anni ’60, nel mondo) ma già più imparentato con un certo R&B che di Bowie è stato il primo amore e con il glam-rock di cui Ziggy Stardust sarà una delle stelle incontrastate: a seguire “Hunky dory”, il primo, immenso capolavoro di canzoni e atmosfere, una dichiarazione di talento e genio quasi immodesta, che si permette citazioni di lusso ad Andy Warhol, Lou Reed (con “Queen bitch”) e Bob Dylan, abilmente parodiato in “Song for Bob Dylan”, e alcuni grandi classici come “Life on Mars?”, “Oh you pretty things”, “Kooks”, “Changes”. E’ il 1971 e il mondo del rock parla già molto di lui, ma Bowie non si accontenta e neanche sei mesi dopo pubblica “The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”, la cui scaletta è ancora oggi prototipo di tracklist perfetta. Il resto, come si dice banalizzando, è storia, e dura soltanto da quasi 30 anni. Ma il David Bowie catturato da queste registrazioni è quella cosa lì: non ancora imparentato a morte con la vocalità di Iggy Pop, meno impostato e più efebico, uno strano coacervo di purezza, perversione e talento artistico, totalmente addentro alla sua vena di compositore, già alla ricerca di un rapporto chiave con il suo chitarrista, al tempo Mick Ronson, amante delle svisate black che un buon sax può dare, fan e prossimo produttore di Lou Reed, di cui esegue dal vivo “I’m waiting for the man”, innamorato di una forma rock che provvederà lui stesso a sviscerare alla perfezione. Insomma, in quei quattro anni nasce e viene al mondo una delle personalità rock più influenti sull’intero panorama musicale e questo, in sintesi, è il vero motivo per cui questo lavoro si presenta come irrinunciabile per gli appassionati di musica. Tanto più che i live ufficiali pubblicati finora nella discografia di Bowie iniziano a documentarne gli show dal periodo di Ziggy Stardust, cioè da dove questo live si ferma. Dicevamo di un extra disc, prima: e si tratta di un altro live che da solo già varrebbe il prezzo del cofanetto. E’ la più recente registrazione fatta da Bowie per la BBC e risale allo scorso 27 giugno 2000: lo schieramento live è quello della sua più recente band, con Gail Ann Dorsey al basso e il ‘vecchio’ Earl Slick alla chitarra. Il repertorio viaggia alto su tutta la carriera di Bowie, abbraccia colonne sonore con “This is not America”, “Absolute beginners”, gli anni del funk (“Fame”), quelli del Duca Bianco (“Wild is the wind” in una versione paurosa, “Stay”), arriva al post punk robertfrippato di “Ashes to ashes”, piroetta sul basic funk di “Let’s dance” ondeggia sulla jungle di “Little wonder” e infine scorre via fino alla recente “Seven”. Un avvincente viaggio, che completa a perfezione i due volumi dedicati al precedente materiale. Insieme ai live ufficiali – la colonna sonora di Ziggy Stardust, “David Live”, “Stage” e il live dei Tin Machine – adesso la carriera di Bowie è ben rappresentata anche su questo versante. Grazie BBC e grazie a chiunque continui a registrare e ad archiviare musica live che, come questa, sia in grado di documentare un’epoca e regalare grandi emozioni. Sarebbe bello se anche una minima parte di questa cultura attecchisse finalmente anche da noi...mi immagino, che so, degli archivi RAI, o RCA...ma esistono? Dateci notizie...

(Luca Bernini)
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