«ENEMY OF THE MUSIC BUSINESS - Napalm Death» la recensione di Rockol

Napalm Death - ENEMY OF THE MUSIC BUSINESS - la recensione

Recensione del 16 ott 2000

La recensione

E’ passato più di un decennio dalla comparsa sulle scene dei Napalm Death e il loro suono resta ancora un pugno nello stomaco. Anche se sono ormai diventati in qualche modo familiari e hanno lasciato tracce sparse fra diverse band di metal, i loro riff pesantissimi e ultraveloci fanno ancora impressione, come pure la voce da orco che rutta di Mark Greenway. “Enemy of the music business” non fa altro che ribadire la fama della band, che si può ormai tranquillamente considerare un classico del metal estremo. Inutile chiedersi se tutta questa rabbia velenosa sia una rappresentazione sincera o una mascherata ormai collaudatissima, rimessa in piedi per lucrare qualcosa sull’onda di un mito ormai consolidato, per quanto sotterraneo. Di fronte a questo muro di suono, l’unica opzione è quella di scegliere se farsene travolgere o schivarlo elegantemente, rilevando comunque che la band è a suo modo un modello di coerenza. Quanto possano continuare ancora a questi ritmi prima di ritrovarsi con i timpani spappolati potrebbe essere un buon argomento di tesi per aspiranti otorini. L’approccio schiacciasassi dei Napalm Death resta immutato, così pure i soliti toni intransigenti: se non basta la dichiarazione di intenti che dà il titolo all’album, si può citare una finezza oxfordiana come “Conservative shithead”, della quale non è difficile immaginare il contenuto, anche se distinguerne le parole è un’impresa impossibile. Roba che richiede stomaco forte e orecchie corazzate, in poche parole, destinata ai cultori del genere e amanti delle brutalità in genere. Se vi dovesse capitare in casa un conoscente sgradito e fan della lounge music, mettere questo CD a volume sufficientemente alto può essere un ottimo metodo per convincerlo a sloggiare velocemente.
(Paolo Giovanazzi)

TRACKLIST

04. Vermin
07. Can’t play, won’t pay
10. A necessary evil
13. (The public gets) what the public doesn’t want
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