«APE SOUNDS - Nigo» la recensione di Rockol

Nigo - APE SOUNDS - la recensione

Recensione del 16 ott 2000

La recensione

Quando uscì “Psyence fiction” di James Lavelle (firmato UNKLE), Lavelle stesso definì quell’album un prodotto progettato e cresciuto grazie a un gruppo di persone (comprendente, oltre a Lavelle, DJ Shadow, Mike D, Richard Ashcroft, Thom Yorke, Badly Drawn Boy e altri ancora) che avevano creato una sorta di network di intelligenze artistiche, legate, oltre che dalla musica, da una serie di passioni, di microssessioni, oggi alla base di una cultura sotterranea in continuo evolversi. Il concetto è rapportabile anche a questo progetto di Nigo. Un progetto che vede schierati personaggi tra loro apparentemente lontani (cos’hanno da spartire il nuovo pop di Ben Lee con lo scratch di Scratch Pervert, le sinfonie rumorose e poppeggianti di Cornelius con l’hip hop inglese di Jadell?), ma legati tra loro proprio da quelle microssessioni che sono lo scheletro dell’album di Nigo. Un album che ha la colonna vertebrale saldamente costituita da ritmiche hip hop quasi sempre ineccepibili, spesso phat e “cool” quanto basta per infuocare i pezzi. Un disco che viene impreziosito, nei suoi dettagli, nel suo DNA, da un amore incondizionato per sonorità rigorosamente analogiche. Un lavoro che si nutre di un’inclinazione naturale per l’xtravaganza (ascoltare “Kung fu fightin”, dove l’hip hop incontra samples di un’orchestra tradizionale cinese, per capire). Un disco che spesso ricorre a tastiere vintage (come piace a Money Mark, in cima alla lista degli “ossessionati” per il vintage) per arrangiarne la struttura. Ne scaturisce un album che è somma di tutte queste cose e che potrebbe venire sintetizzato proprio con una addizione (hip hop+lo-fi+arrangiamenti xtravaganati+tastiere vintage) che dà come risultato un nuovo modo di vedere il trip hop (l’invenzione di James Lavelle), un riaggiornamento dei luoghi comuni dell’hip hop (ascoltare “March of the general”, nient’altro che una versione per il 2000 di “Adventures on the wheels of steel” di Grandmaster Flash & the Furious Five) e, soprattutto, un nuovo modo di interpretare il pop, non più per gente nata con a tracolla una chitarra, ma per una generazione cresciuta tra un rave, un disco di hip hop, una scossa adrenalinica di acid house, una ballata degli Stone Roses. Chi vuole ascoltare roba nuova può farsi folgorare dalla bellissima “Free diving” (concentrato pop di quanto detto sopra). Chi si sente parte di questa “tribal gathering” ipotizzata ormai da tempo da Lavelle, non si faccia scappare questo disco, secondo ideale capitolo di quel capolavoro incompreso che fu “Psyence fiction” di UNKLE.
(Gian Paolo Giabini)
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