«SAILING TO PHILADELPHIA - Mark Knopfler» la recensione di Rockol

Mark Knopfler - SAILING TO PHILADELPHIA - la recensione

Recensione del 25 set 2000

La recensione

Sono anni che Mark Knopfler pratica l’allontanamento dai Dire Straits come filosofia di vita, più per disattendere il pubblico, verrebbe da pensare, che per motivi personali. Produzioni, guest appearances, colonne sonore, gruppetti innocui e sentimentali (leggi Notting Hillibies) hanno rappresentato altrettanti scarti da una rotta principale che era sinonimo di sicuro successo e riconoscimento. Per un breve periodo i Dire Straits sono stati una delle band maggiormente celebrate della scena rock internazionale, ma questo succedeva proprio poco prima che Knopfler cominciasse a complicare maledettamente le cose. Album a cadenza sempre più diradata, composizioni a durata sempre più allungata, canzoni buone, molto buone e a tratti insulse. Il tutto si accompagnava alla voglia di seguire i propri orientamenti musicali in proprio, senza il peso glorioso di una band che avrebbe dovuto giustificare al mondo ogni singola mossa della sua esistenza. Sono quelli gli anni che segnano anche l’emergere di una passione che con il tempo diventerà per Knopfler quasi una manìa: il mito, l’epopea della frontiera americana, in due parole, il ‘far west’. Da “Once upon a time in the west” dei Dire Straits sono passati tanti anni, ma l’epopea di quel mondo continua oggi su “Sailing to Philadelphia”, che potrebbe rappresentare, per la carriera solista di Knopfler, quello che “Love over gold” aveva significato per i Dire Straits. Qui come lì il mito della frontiera si respira nell’aria, anche se “Sailing to Philadelphia” si muove su terreni meno epici e più laici, dedicandosi a sottolineare la costanza e la tenacia degli uomini nel loro misurarsi con il progresso, con il futuro. Masox & Dixon, protagonisti del romanzo di Pynchon, diventano gli eroi per caso di “Sailing to Philadelphia”, title-track nobilitata da un guest di tutto rispetto, James Taylor; “Prairie wedding” è dedicata ai matrimoni per posta che portarono donne sulla frontiera, e di conseguenza figli e case e villaggi e scuole, e la strada del telegrafo. E anche un brano dall’andamento classico come “Silverton blues” riecheggia quell’epopea, come del resto succede spesso nel disco, anche nei momenti più acustici: ascoltate “The last laugh”, grande duetto con Van Morrison, oppure “One more matinee”, il gioiello che chiude l’album. In virtù dell’allontanamento di cui sopra viene subito da dire che molte cose sono cambiate dai tempi degli Straits, e che il mondo di Knopfler è sempre più quello di un raffinato raccontastorie poco incline agli strapazzi del rock, fatta eccezione per la sua chitarra trademark, inevitabile sottolineatura di ogni passaggio e paesaggio dell’album. E’ la chitarra saturata che nasceva proprio su “Love over gold” – nel brano “Telegraph road”, non a caso uno di quelli imparentati più strettamente con le canzoni di questo disco – e che fissava il suo suono definitivo su “Brothers in arms”, a suggellare le pagine più felici di questo lavoro. Nervosa e saturata, capace di lavorare anzitutto sui volumi e poi sulle tessiture. Nonostante sia quella chitarra ad illuminare le canzoni, in “Sailing to Philadelphia” Knopfler sceglie di spostare il riflettore sul songwriting, cosa che si rivela una mossa felice soltanto a metà, perché tra le tante canzoni ‘carine’ ce ne sono alcune deboli e poche memorabili. E così alla fine l’album si presenta come una raccolta di buone canzoni di folk-rock americano, con la voce a farla da padrone e la chitarra molto impegnata in secondo piano. E’ un po’ come assistere alla realizzazione di un lavoro delizioso che poi viene messo sullo sfondo, per far risaltare meglio le parole, le storie della frontiera. Salvo poi decidere di liberare la tensione in un paio di assoli, che diventano i momenti migliori dell’album: la coda di “Speedway to Nazareth”, ad esempio, oppure il finale di “What it is”, e ancora “Silverton blues”. E che riportano questo disco a ciò che avrebbe potuto essere. Qualcosa di più di quello che invece è.
(Luca Bernini)
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