«GIUBILEONE - Leone Di Lernia» la recensione di Rockol

Leone Di Lernia - GIUBILEONE - la recensione

Recensione del 22 set 2000

La recensione

Pochi si sono azzardati a tentare una piccola dissacrazione dell’Anno Santissimo, e non dovremmo certo aspettarcela da Leone Di Lernia, nonostante la foto che lo ritrae mentre si leva con ali d’angelo (ma immancabilmente cornuto) sulle mura vaticane. E le suorine che ballano con le giarrettiere in vista o ridacchiano all’inizio del disco non fanno parte della vera dissacrazione che da qualche anno l’ineffabile showman di Trani sta compiendo. Ovvero, quella ai danni della dance e della musica commerciale in genere: quella musica che va verso lo zero assoluto e se ne vanta, che invita apertamente a usare la testa come accessorio dondolante, e niente più. Mentre i critici (poveretti) non capendoci niente, si lanciano in lodi gratuite a questo o quel “guru della dance”, Leone prende brani tipicamente vuoti di qualsiasi contenuto, e li riempie da par suo. In questo modo un brano irritante come “I wanna mmm” diventa, giustamente, “I pall”; “Turn around”, una di quelle canzoni che sembrano evocate dall’incubo di Bowie (musica prodotta da un computer che rimescola i brani da classifica degli ultimi 20 anni, parole comprese), acquista uno spessore che non ha grazie al lamento: “Mangio il pane col salam’ – melanzan, melanzan, melanzan”. Tutto questo, con un tono doloroso filtrato attraverso il vocoder – ridicolizzando coloro che nell’uso di tale strumento o in altri casuali espedienti leggono “la continua evoluzione della dance”. La facilità con cui il cantante pugliese si appropria degli originali, superandoli, potrebbe essere persino un segnale nei confronti di chi ci bombarda con queste canzoni: persino uno come Adamski che pure qualcosa ha inventato dovrebbe prendere appunti quando la sua martellante “In the city” risplende ancora di più grazie alla drammatica intensità del testo di “E’ morto Peppino”. Non c’è genere che non venga irriso: la mania per il mambo non è dissimile dalla frenesia collettiva per il lotto (di qui, “Ambo”); “Troppo bella” di De Marinis diventa (rigore a porta vuota) “Troppo brutta”, e la musica latina è messa alla berlina con “Internet” (facendo coincidere il tormento della tecnologia con i tormentoni).
Va detto che purtroppo, siccome il nostro uomo è alfiere del trash, inciampa nel grande cumulo di immondizia che sono i network radiofonici, tessendone l’elogio: avremmo preferito che in “Le radio” dipingesse i signori dell’etere per quello che sono: generosi e ben pasciuti dispensatori di spazzatura, musicale e parlata. Ma il Leone grazie alle radio ci mangia, e non certo “Pane col salam”. Anche se il suo vero amore rimane la televisione, come spiega, con voce alla Louis Armstrong, nel brano che dà il titolo al disco: “Mi vedi a San Remo a San Siro, in tutte le tv… La sera alle otto, su Blob - ho proprio rotto… Giubileone, son proprio un terrone…”. Peccato che l’unica possibile copertina per questo disco non sia stata realizzata, forse per paura: avremmo esultato vedendo l’immagine televisiva di Leone Di Lernia, col suo sorriso irresistibilmente cafone, alle spalle del Papa.
(Paolo Madeddu)
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