I Soft Machine sono ancora pesi massimi

"Thirteen" è un disco stratificato e ineccepibile. Lo zampino di Steven Wilson una garanzia

Recensione del 17 apr 2026 a cura di Lucia Mora

Thirteen. Con un nome così, non può che essere il tredicesimo capitolo in studio (seguendo una numerazione che include le ere post 2018), il vertice creativo della formazione attuale. I Soft Machine del 2026 — composti da John Etheridge, Theo Travis, Fred Thelonious Baker e Asaf Sirkis — riescono nell'impresa di onorare l'eredità di Canterbury senza scivolare nel passatismo, consegnando un'opera che fonde jazz rock, psichedelia d'avanguardia e momenti di lirismo quasi cameristico.

Precisione, poliritmia e... Steven Wilson

La produzione, curata da Theo Travis e registrata da Ru Lemer, predilige un’estetica calda e organica: il suono evita la compressione eccessiva tipica del fusion moderno, lasciando respirare le dinamiche dei singoli strumenti.

La chitarra di Etheridge spazia da timbri orchestrali e sintetizzati a distorsioni aspre e bluesy. L'approccio di Baker al basso fretless è il collante tecnico del disco, con linee che ricordano la fluidità di Hugh Hopper ma con una precisione microtonale contemporanea, mentre la batteria di Asaf Sirkis è un trionfo di poliritmi complessi.

Ma il vero motore compositivo è Theo Travis, che alterna sax tenore e soprano, flauti e mellotron - inclusi campionamenti d’epoca forniti da Steven Wilson (!) per il brano Open Road.

La notte più lunga

Il cuore del disco è The Longest Night, una suite di 13 minuti, brano centrale e microcosmo rappresentativo dell'intero album. Si apre con un contrasto timbrico tra un flauto delicato e un riff di chitarra distorto e claustrofobico. L'assolo di organo di Pete Whittaker (ospite nel brano) si muove su armonie church-like prima di sfociare in un'accelerazione guidata da una batteria pulsante. Etheridge costruisce alla chitarra un assolo che parte in sordina, per esplodere in un climax armonico, dimostrando una padronanza degli intervalli jazzistici su una struttura ritmica rock.

Da sottolineare poi i due omaggi del disco: Waltz For Robert (dedicato a Wyatt) e la traccia finale Daevid's Special Cuppa, tributo a Daevid Allen (fondatore sia dei Soft Machine, sia dei Gong). L'inclusione della glissando guitar chiude il cerchio con le origini del 1966; un pezzo atmosferico, sospeso, che dissolve l'energia del disco in una nebbia psichedelica ancestrale.

I Soft Machine sono in gran forma e Thirteen - disco denso, stratificato e tecnicamente ineccepibile - lo dimostra. Uno dei lavori migliori di una lunga, storica discografia.

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