«SLAVE TO LOVE - THE BEST OF THE BALLADS - Bryan Ferry» la recensione di Rockol

Bryan Ferry - SLAVE TO LOVE - THE BEST OF THE BALLADS - la recensione

Recensione del 23 set 2000

La recensione

Due cose, a nostro vedere, sono incontestabili. La prima è che Bryan Ferry è inimitabile. Delle poche cose non clonate dal music business in questi 40 anni c’è il dandy che agli albori dei Roxy Music tenne testa a Brian Eno, perché aveva le idee più chiare delle sue. Non c’è voce che si sia avvicinata al suo tremolio melodrammatico, né un crooner dallo sguardo più studiatamente languido, così sofisticatamente seduttivo da sfiorare il caricaturale. Ferry stesso, il suo inseguire un ideale di “crooner” di ieri gorgheggiando “As time goes by” e altre “Foolish things”, è una creazione di livello artistico. La seconda è che “Slave to love” è una delle canzoni più perfette mai pubblicate, ed è anch’essa il risultato di un lungo lavoro di avvicinamento, di cesello. Mentre coi Roxy Music esponeva nella sua gioielleria diamanti grezzi dalle sorprendenti sfaccettature (dalla complessità di “Ladytron” agli incubi di “In every dream home a heartache”), l’Esteta ha sempre fatto palestra con i classici della canzone nei propri dischi solisti. E quando si trovò a chiudere la sempre più raffinata – ma sempre più pop – gioielleria Roxy, Ferry era già pronto per convogliare le due esperienze nel brano emblematico della sua carriera. In “Slave to love” (titolo cui probabilmente pensava fin da ragazzo, per la sua epigrafe) ci sono tutte le altre 17 canzoni che compongono questa raccolta. Che “Slave to love” inevitabilmente si intitola, e con “Slave to love” altrettanto inevitabilmente si apre per vibrare subito il colpo del k.o. Lasciando poi che il resto sia riempito da briciole di “ballads”, sei coi Roxy Music (due da “Flesh and blood”, tre da “Avalon” e il singolo “Jealous guy”: in pratica, quando il gruppo era ormai diventato un’altra sigla per la sua carriera solista), e undici da solo.
Forse è solo una supposizione, ma viene da meditare sul fatto che da “Slave to love” in poi, cioè dal 1985, Ferry abbia lavorato malvolentieri, scrivendo materiale sufficiente a soli due dischi: uno decente (“Bete noire”, presente con un solo brano, “Zamba”), e uno sfuocato (“Mamouna”, non rappresentato in questa raccolta nemmeno con una canzone). Chissà che anche lui abbia capito che la brillantezza di “Slave to love” non sarà più eguagliabile.
Sul resto dei brani, poco da dire: si tratta del Ferry D.O.C., in una compilation smaccatamente destinata a momenti di romantico abbandono – certo, lasciando fuori la vivacità di “Let’s stick together”, “Love is the drug” o “Kiss and tell”, risulta un po’ più pesante l’affettazione negli “standards” (“Where or when”, ad esempio). Ci sono alcuni brani di non facile reperimento: “Jealous guy” incisa all’indomani della morte di Lennon, “Sonnet 18” (in morte di Diana Spencer) e “Is your love strong enough” (nessun morto), e l’inedita “This love”, brano scritto ed inciso qualche anno fa da Craig Armstrong. Impressionante la sequenza finale: la magnifica “To turn you on”, la lussureggiante “Windswept” (purtroppo privata della sua introduzione, “A wasteland”, da “Boys and girls”), e la dolcemente straziante “My only love”, scritta quando Jerry Hall lo piantò per il diavolo Jagger. Canzoni così non se ne fanno più: e il primo a saperlo, purtroppo, è proprio Bryan il dandy.
(Paolo Madeddu)
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