«JIMI HENDRIX: LIVE AT THE FILLMORE EAST - Jimi Hendrix» la recensione di Rockol

Jimi Hendrix - JIMI HENDRIX: LIVE AT THE FILLMORE EAST - la recensione

Recensione del 26 feb 1999

La recensione

Nuova pubblicazione di materiale inedito del grande chitarrista di Seattle, figlia dell’accordo che lega ormai da tempo la Experience Hendrix - curatela del patrimonio del compianto Jimi - alla MCA. Le registrazioni in questione, effettuate da Hendrix con la sua seconda band - Band of Gypsys, per l’appunto - risalgono al Capodanno del 1970 e sono tratte dai quattro concerti tenuti al Fillmore East di New York tra il 31 dicembre 1969 e il 1° gennaio del 1970. Erano altri tempi, quelli in cui a Capodanno un artista importante come Hendrix poteva esibirsi in due set al giorno per far sbigliettare il locale sotto le feste, e le registrazioni vennero effettuate per poter poi essere inserite su un disco live che avrebbe saldato il rapporto contrattuale con la Capitol Records. Con Buddy Miles alla batteria e Billy Cox al basso, Hendrix realizza al Fillmore East quattro dei cinque concerti che segneranno la breve vicenda pubblica della Band of Gypsys: pochi ma importanti, perché in essi Hendrix si libera dei vincoli da icona che in alcuni momento lo trattenevano nella scelta del repertorio con la Experience per privilegiare un approccio ancora più libero e sperimentale, fortemente influenzato dal soul. Di questi concerti esistevano già delle registrazioni, ma è inutile dire come questo album - prodotto da Jamie Hendrix, John McDermott e da Eddie Kramer, originario tecnico del suoni di Hendrix - tratteggi un profilo per molti versi inedito e più ruspante di quell’evento. Per capirlo basta dare un’occhiata alla scaletta, che contiene le uniche esecuzioni dal vivo conosciute di Jimi di "Auld Lang Syne", "Earth blues", "Stepping stone" e "Burning desire" accanto ad alcuni classici eseguiti in quell'occasione che poi raramente, o mai, furono presentati ancora dal vivo ( "Izabella", "Power of soul" e "Who knows"). "Live at Fillmore East" contiene poi alcuni brani già presenti nei precedenti "Band of Gypsys" già pubblicati, seppure in versione diversa e di qualità migliore ("We gotta live forever", "Machine gun", "Power of soul", "Who knows", "Stop", "Hear my train a-comin") e una serie di classici hendrixiani che potremmo definire immancabili ("Voodoo Chile", "Slight return", "Changes", "Stone free", "Wild thing"). Conclusione (scontata): il genio abita sempre qui, la sua chitarra e la sua voce si impennano con furia, regalando altre emozioni a quelle offerte da una carriera e da una parabola artistica troppo corta. «Non oso pensare a cosa potrebbe aver fatto se non fosse morto: eravamo niente rispetto a lui», ha detto una volta Eric Clapton, e Jimi con la Band of Gypsys sottoscrive in pieno: sedici brani ad alto potenziale blues e rock che risplendono nella marea di finti inediti e speculazioni commerciali che troppe volte hanno accompagnato la sua discografia postuma. Ottimo anche il booklet interno, decisamente curato. Da avere, e ascoltare spesso, per rinfrescarsi su cosa il rock - al di là delle singole modalità espressive - dovrebbe essere, sia per chi lo suona che per chi lo ascolta.
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