«FRAGMENTS OF FREEDOM - Morcheeba» la recensione di Rockol

Morcheeba - FRAGMENTS OF FREEDOM - la recensione

Recensione del 13 set 2000

La recensione

A quanto pare, il trip-hop è morto (i critici danno raramente queste notizie, forse le nascondono anche a se stessi per evitare di mandare due fiori ai funerali). La luttuosa circostanza riguarda i Morcheeba? In realtà già ascoltando “Big calm” la sensazione era che di tale stilema Skye e soci facessero un uso decisamente moderato, udibile giusto in certe canzoni dalla languida atmosfera. Ora “Fragments of freedom”, dopo un brano interlocutorio come “World looking in”, che pare il cordone ombelicale che lega il trio ai primi due album, scopre le nuove carte con “Rome wasn’t built in a day”, rhythm’n’blues nel senso classico del termine (non quello moderno, secondo il quale persino Whitney Houston e Destiny’s Child farebbero r’n’b). E dopo la fragorosa immediatezza del singolo, si passa al funky di “Love is rare”, al soul di “Let it go”, agli echi “disco” di "Love sweet love”, o “Shallow end” (controllate il calendario: non siamo nel 1978), fino al rap di “In the hands of the gods” o “Good girl down”. Chi vorrebbe ritrovare le insolite commistioni tra black music e atmosfere acustiche caratteristiche di “Big calm” non sarà del tutto accontentato: ce n’è qualche traccia in “Be yourself” e nel brano che dà il titolo all’album, quello che recupera il giro armonico di “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin; ma nel complesso in “Fragments of freedom” è la black music a dominare in tutte le sue forme. Soprattutto però con un occhio al passato, al recupero di un’energia e un’anima sonora che proprio la musica nera che un tempo ne era intrisa sembra, oggi, avere perso.
E’ un bel disco, il terzo dei Morcheeba? E’ sicuramente meno accattivante di “Big calm”, e devia (con coraggio o incoscienza) dalle sonorità che avevano conquistato la maggior parte dei fans del gruppo; ma potrebbe avere vita più lunga dei suoi predecessori, per la vitalità di certe ritmiche. Unica pecca, il fatto che la voce morbida e suadente di Skye non trovi la ballata sulla quale stendersi, mentre viceversa alcuni brani sembrerebbero adatti a interpreti dalle unghie un po’ più affilate. Ma l’album nel complesso ospita più brani piacevoli di quanti se ne ascoltino in un’ora di collegamento a qualsiasi network radiofonico, ragion per cui ne caldeggiamo l’ascolto.
(Paolo Madeddu)
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