«LIVE AT THE GREEK - Jimmy Page & the Black Crowes» la recensione di Rockol

Jimmy Page & the Black Crowes - LIVE AT THE GREEK - la recensione

Recensione del 11 set 2000

La recensione

Inizialmente distribuito solo via Internet, questo doppio album trova ora una distribuzione nel circuito tradizionale grazie alla Edel, deludendo chi se lo era già procurato in rete e si crogiolava nella sua bella posizione di privilegiato cultore ma facendo la felicità dei molti appassionati, quelli poco tecnologici, a cui una volta tanto si semplifica la vita. Del resto, privare il mercato convenzionale di un tale gioiello sarebbe stato qualcosa di molto vicino a un’azione criminale, perché l’acquisto in rete, dalle nostre parti, non è ancora così diffuso e l’album sarebbe potuto rimanere un episodio marginale nella discografia dei due colossi coinvolti. Tornando alla musica, tutto è cominciato quando il chitarrista dei Led Zeppelin si è unito alla band americana che negli ultimi anni ha riportato in auge le sonorità tanto care al rock sudista di Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers Band. Un sodalizio destinato a durare il breve volgere di sei concerti e a rinverdire il repertorio degli Zep con una nuova formula sonora. L’esperimento è riuscito e il doppio cd in questione immortala l’esibizione al Greek Theatre di Los Angeles. Vengono ripresi classici degli Zeppelin come “Whole lotta love”, “Heartbreaker”, “The lemon song” o “Nobody’s fault but mine”, ma anche brani raramente eseguiti dal vivo, come “Out on the tiles” o “Custard pie”. C’è spazio anche per due selezioni del repertorio dei Crowes (“Shake your money maker” di Elmore James e “Mellow down easy”), per la “Shapes of things to come” degli Yardbirds (tra le cui fila Page militava negli anni ’60) e per qualche standard blues come “Mellow down easy” di Willie Dixon (non presente sulle copie dell’album acquistabili in rete). Un doppio cd nei confronti del quale non si può parlare di capolavoro solo perché non affronta materiale inedito ma composizioni storiche. Le versioni proposte sono rispettose degli originali, rese con grande feeling e con il giusto impatto sonoro: Chris Robinson non sfigura nel ruolo che fu di Robert Plant e la chitarra di Page si integra alla perfezione con quelle di Rich Robinson e Audley Freed. E’ proprio la formazione con tre chitarre e tastiere a dare al tutto una dimensione più “americana” (o “amoricana”?), permettendo di riempire i riff di Page e di arricchire quanto basta il suono generale; sempre però con moderazione, senza mai uscire dalle righe e rispettando la struttura dei brani. Immaginate che i Led Zeppelin, anziché inglesi, fossero americani della Georgia e il gioco è fatto. Ad arricchire la nuova edizione dell’album, anche una traccia interattiva.
(Diego Ancordi)
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