«THE MOON & ANTARCTICA - Modest Mouse» la recensione di Rockol

Modest Mouse - THE MOON & ANTARCTICA - la recensione

Recensione del 12 set 2000

La recensione

Dagli iperprolifici Modest Mouse un disco strano, indefinibile, uno di quei dischi che fai fatica a inquadrare, a catalogare. Insomma, uno di quei dischi che, incatalogabile com’è, sfuggente com’è, pensi subito che sia una sorta di piccolo capolavoro. Già, perché ai nostri tempi, tra le miriadi di uscite che inondano i negozi, è difficile trovare qualcuno che esca dal coro, che cerchi di stabilire delle sue coordinate precise, originali, indipendenti da trend e luoghi comuni, pop o rock che siano. Modest Mouse, in passato, con un suono rumoroso, “slow core”, a tratti in sintonia con lo shoegazing inglese, hanno sempre cercato di creare un mondo a parte. Oggi, con “The moon & antarctica”, questa necessità sembra diventata ancora più preponderante. Ecco allora un disco che anzitutto si discosta dal rumorismo che aveva caratterizzato i dischi precedenti e crea un mosaico di suoni in cui c’è più spazio per chitarre acustiche, arrangiamenti vari (archi e tastiere) e, soprattutto, per un andamento sonoro che spiazza ad ogni nuovo brano. Ascoltando più volte “The moon & antarctica” capisci che Sonic Youth (per le interferenze rumorose), Neil Young (per la vena country malinconica ed esistenzialmente perturbata), Pavement (per la propensione alla lentezza e a un atteggiamento slack) e i Dinosaur Jr (per quel modo di cantare sempre ai limiti della stonatura, spesso in falsetto) hanno contribuito molto a modellare la forma mentis musicale dei Modest Mouse. Ma questi tre punti fermi sono spesso spazzati via da un’infinità di punti di rottura, di colpi di scena che fanno pensare a tutto e il contrario di tutto. Basta pensare al country psichedelico e alla voce di Isaac Brock (una versione più drammatica e meno cartoonata di Les Paul dei Primus) in “3rd planet” o al blues astratto (in odore di Gomez) e progressivo di “Perfect disguise”, alla stramba “Tiny city made of ashes” (una sorta di rivisitazione dei Talkin Heads più “disco”) o alla schizofrenia simil-new wave di “A different city” o “Paper thin walls” (una sorta di tributo, sicuramente involontario, ai Feelies) per capire la varietà di questo disco. Da ascoltare con attenzione.
(Gianpaolo Giabini)
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