«THE HARSH LIGHT OF DAY - Fastball» la recensione di Rockol

Fastball - THE HARSH LIGHT OF DAY - la recensione

Recensione del 24 set 2000

La recensione

L’inaspettato successo del loro precedente album “All the pain money can buy”, disco caratterizzato da un paio di singoli e videoclip di successo, fa pensare che i Fastball fossero attesi al varco per la classica prova del nove. Comporre un altro potenziale contenitore di hits non è mai stato facile per nessuno, e il più delle volte si è sempre rischiato di far cilecca. “The harsh light of day” non dà però quella sensazione così negativa. I tre texani hanno trovato per l’ennesima volta la giusta miscela per offrire nuovamente dodici tracce di piacevole pop-rock. Con alla mente le melodie dei Beatles, il pop scanzonato degli ultimi Madness ed il sixities rimaneggiato dei Supergrass, i Fastball espongono i propri sentimenti tra il chiaro e l’oscuro, tra la luce del giorno e il buio della notte. L’opening track è il preludio del percorso musicale intrapreso in questa avventura, un cammino che inizia proponendo “This is not my life”, un brano robusto e solare. Il seguente “You’re an ocean” è il primo singolo estratto dall’album, allegro e vivace con la sua pianola stile Supergrass. “Goodbye” è una romantica canzone che riecheggia il songwriting dei quattro “scarafaggi” (Lennon/McCartney/Harrison/Star). Atmosfere tenui anche in “Love is expensive an free”, ma è “Vampires” che raggiunge l’apice dell’oscurità e della tristezza: sentimenti accentuati da una sezione d’archi e da un clarino. Fortunatamente l’umore si risolleva con “Wind me up”, canzone ironica e ammiccante solo come i Madness sapevano fare. Tutta in discesa la strada anche per “Morning star” e “Time”, mentre le conclusive “Dark street”, “Funny how it fades away”, “Don’t give up on me” e “Whatever gets on you” si prendono ancora un attimo di pausa. Ora la domanda è solo una: cosa ci fa un gruppo molto inglese come i Fastball nel bel mezzo del Texas?
(Andrea Paoli)
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