«OUT OF NOWHERE - Jimi Tenor» la recensione di Rockol

Jimi Tenor - OUT OF NOWHERE - la recensione

Recensione del 02 set 2000

La recensione

L’anno scorso, in occasione di “Organism”, Tenor aveva cercato di allontanarsi e dal clichè dell’artista easy (area entro cui Tenor è più volte stato inscatolato) e da quella digitalizzazione dei suoni che, registrando per un’etichetta come la Warp, e venendo da un background a metà strada tra la dance e l’elettronica, sembra d’obbligo. Per Tenor invece, di obblighi non ce ne sono. Imprevedibile come sempre Tenor oggi, spinge ancora più in là la ricerca dei suoni organici e crea brani in cui più che riconoscere generi all’interno di un patchwork a base di easy listening, funk, soul, jazz, si rimane spiazzati, alla vana ricerca di qualcosa di catalogabile. Lo fa con l’aiuto di un bizzarro complice (Orchestra Of The Grand Theatre Lodz, un’orchestra polacca scovata da Tenor chissà dove non tanto per motivazioni particolari, quanto perché, come afferma Tenor stesso, “costava poco”), con cui, alla fine, in ogni brano, sembra volerci regalare una sua versione xtravagante di un Barry White classicheggiante o di un Prince da camera. Ma “Out of nowhere” non è sintetizzabile in questo strano connubio, no. “Out of nowhere” è costellato di sorprese bizzarre. E’ accumulazione del suono di un sitar in loop a cui fa da contrappunto un flauto “groovey” (in “Hypnotic drugstore”). E’ il duello sonoro tra una chitarra rock e delle stonate sinfonie per archi (in “Blood on borscht”). E’ il jazz orchestrato alla Henry Mancini riveduto e corretto secondo l’estetica del cut’n’paste moderno (in Night in Loimaa”, un pezzo costellato di inserti tra i più diversi). Il risultato è “xtravaganza” pura. Soul da camera pensato dopo essere stati al cinema a fare indigestione di film di fantascienza.
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