Busta Rhymes - ANARCHY - la recensione
Recensione del 28 ago 2000
“Se essere un buon esempio per i giovani vuol dire far vedere
che tutto è meraviglioso, allora non voglio questo ruolo!”
Questa è solo una delle varie uscite lapidarie del rapper
Busta Rhymes che ha pubblicato di recente il suo quarto
album “Anarchy”, ovvero il disco che propone l’anarchia come
unica soluzione contro “il sistema”. Si direbbe un Bussa-Bus
piuttosto indurito negli anni che lo separano dall’esordio di
“Whoo ahh”, ma sta di fatto che il suo recente, nonché secondo,
ingaggio come testimonial del soft drink della Pepsi “Mountain
dew”, suona come un allineamento al sistema, più che una
lotta contro esso. Volendogli concedere il beneficio del dubbio
e attenendosi dunque alle questioni strettamente musicali,
“Anarchy” è l’album sul quale Busta ha lavorato su per due
anni, interrompendo quindi la cadenza di un anno tra uno e
l’altro. Forse lo ha fatto più in fretta degli altri, impegnato
com’era tra uno spot di bibite, la preparazione dell’album
della sua pupilla Rah Digga e girare due film come “Shaft”
con Samuel L.Jackson e “Finding Forrester” con Sean Connery.
“Anarchy” suona un po’ come l’album definitivo di questo
rapper newyorchese di origini giamaicane, una sorta di punto
d’arrivo, il tassello mancante, che ora completa i tre album
che l’anno preceduto. Busta Rhymes appare più duro, come se
sentisse il dovere nelle sue rime di fornire una sorta di
manuale di sopravvivenza per il nuovo millennio. D’accordo
o no sulle sue opinioni, “Anarchy” è forse il migliore dei
suoi album, quello più completo, in cui pur conservando quel
suo senso dell’humor, quella sua forte personalità che lo hanno
distinto sin dai tempi dei Leaders Of The New School, ha sentito
il bisogno di farsi portavoce di un movimento e cercare adepti
alla sua missione. A rispondere a questo suo appello sono
stati (ovviamente) i Flipmode Squad presenti in “Here we go
again”, Raekwon The Chef, Ghostface Killah e Roc-Marciano
(nuovo ingresso nei Flipmode) in “The heist”, Lenny Kravitz
in “Make noise”, M.O.P. in “Ready for war”, DMX e Jay-Z in
“Why we die”. “Anarchy” ha dei toni talvolta un po’
esagerati, persino confusi, ma Busta Rhymes corre i suoi
rischi da buon capo tribù.