Tea Party - TRIPTYCH - la recensione
Recensione del
09 ago 2000
Dalle prime note di “Touch” è chiara una cosa: il trio canadese ha una personalità debordante. Sì, qualcuno verrà a dirvi che aveva già sentito questo riff o quell’impasto tra batterie a martello e chitarre metallare con un sitar o un mellotron - anzi, se vogliamo proprio scomodare qualche nome senza risalire agli anni ’70, scomodiamo quella sorta di “robusta intensità” che caratterizzò i Cult, i Mission, i primi Faith No More, o i Pearl Jam di “Ten”. Ma al di là delle somiglianze, “Tryptich” è uno dei dischi più convincenti di questo periodo anche perché il tenebrosone Jeff Martin, leader del gruppo, ha una strada che intende seguire a qualunque costo. Basterebbe fare caso alle sue fonti di ispirazione: Baudelaire, Nietzsche, Herman Hesse, Edvard Munch, il simbolismo francese, Marcel Duchamp, Evgeni Zamyatin, Thich Nhat Hahn... Un ambizioso tormentato, con la libreria piena e il distorsore a palla: ben venga, in questo periodo in cui l’apparente commistione tra i generi è più che altro una scusa per mascherare poca personalità.
Il disco non si regge solo su bordate e impasti orientaleggianti alla Led Zeppelin, anzi: c’è spazio per ballate da stranguglioni come “Heaven coming down” o per la “cover” di Daniel Lanois di “The messenger”. “Tryptich”, da qualunque parte lo si guardi, è un disco completo nel suo genere, e forse riuscirà a far decollare la band anche al di fuori del Canada dove ha un seguito folto e devoto - anche se forse in Europa non siamo più abituati alle strane sostanze che rendono interessante questo tè molto forte, dal sapore esotico oltre che un po’ gotico.
Tracklist:
“Touch”
“Underground”
“Great big lie”
“Heaven coming down”
“The halcyion days”
“The messenger”
“Samsara”
“A slight attack”
“Taking me away”
“These living arms”
“Chimera”
“Gone”