«SONS OF THE PIONEERS - Workhorse Movement» la recensione di Rockol

Workhorse Movement - SONS OF THE PIONEERS - la recensione

Recensione del 15 ago 2000

La recensione

Il titolo di questo secondo disco degli americani Workhorse Movement può contenere in qualche modo l’indicazione e la sintesi di tutta la loro musica e ed influenze. Dando un ascolto alle quattordici tracce incluse in questo primo debutto su Roadrunner si potrà cogliere che i cinque hanno assorbito almeno un bel quarantennio di storia della musica, arrivando ad essere veramente dei veri figli dei pionieri. Immaginiamoli avere come nonni qualche artista appartenente al periodo d’oro del soul Motown, come padri i rockers degli anni ’70 e come fratelli i rappers dell’ultimo decennio ed il gioco è fatto. Con questa ricca parentela i Workhorse Movement riescono a produrre un bell’esempio di stoner rock, influenzato da un moderno rapcore e da un funk-soul alla Incubus. Ogni loro brano è un’assoluta sorpresa. Quando sembra che il tempo vada a sfociare nel classico stoner rock (“Keep the sabbath dream alive”), la canzone si trasforma invece in uno splendido esempio di funky, colorato da venature rap. I riff di chitarra risentono dell’appartenenza alla città di Detroit e del Motor-sound (come in “Livin’ evil”), ma anche del rap più underground (come la traccia “Beotch” e “Charlie don’t surf”), allo stoner più oscuro di scuola Clutch e Monster Magnet (come “Joe mama” e “Mother earth”) e al funkettone più pulp (una su tutte “Feel like Bob marley”). Pur avendo un’ossatura hardrock, la musica dei Worhose Movement possiede quel feeling e quella capacità di osare che poche bands oggi sembrano avere, e per questo appaiono ai nostri occhi accattivanti. Quando sembrava che oramai nel crossover non ci fosse più nulla di nuovo da dire, ecco arrivare come un fulmine a ciel sereno i Workhorse Movement. Un acquisto sicuro.
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