Partiamo da un presupposto: persino per un ascoltatore come il sottoscritto, vecchio e quindi abituato alle suite, alle opere rock, agli album concettuali, ai doppi, ai tripli, ai quadrupli, ascoltare tutti di fila i 33 brani o di “Atum”, ultimo lavoro degli Smashing Pumpkins di Billy Corgan sarebbe stato faticoso.
Corgan ha ben pensato di diluire il progetto in tre uscite separate, ognuna un atto, e quindi questo terzo arriva a concludere la maratona, che comunque va fatta per comprendere fino in fondo il progetto. E così, 140 minuti circa dopo l’inizio dell’ascolto, si può francamente dire che “Atum” non è esattamente un capolavoro.
Non perché manchino i brani interessanti, gli spunti curiosi, alcune perle o momenti di grande intensità, ma sono ‘sciolti’ all’interno di un percorso così ampio che diventa ‘a ostacoli’, e tutte le volte che l’attenzione torna ad essere catturata da qualcosa, poi irrimediabilmente, il filo si perde.
Colpa di chi ascolta, certamente, che ormai ha ceduto alla contemporaneità e non ha più la pazienza sufficiente. Ma, ed è questo il bello del nuovo mondo, dalla dissoluzione degli album, della smaterializzazione della musica, ognuno può ascoltare “Atum” come vuole, perché nonostante si tratti di un opera, alla quale Corgan ha iniziato a lavorare nel 2018, con una trama interessante e distopica, il particolarissimo viaggio di una rockstar che, in una società repressiva, è stato esiliato nello spazio (il che permette all’autore sia di toccare materie politiche e attuali, sia di volare alto con la fantasia), ognuno oggi, con le piattaforme streaming, se ne può altamente fregare delle ambizioni di Corgan e ascoltare solo quello che gli pare.
Ridotto in questo formato immateriale, non lineare, non sequenziale, “Atum” può essere trasformato in un paio di singoli eccellenti, in un buon album da tredici o quattordici canzoni, in una interessante opera rock da una ventina, o ‘consumato’ per intero come vorrebbe l’autore.
In ogni caso c’è materiale a sufficienza per dare soddisfazione ai fan della band americana e dar fiato a chi invece i Pumpkins, e soprattutto Corgan, li sopporta poco. È un lavoro ricco, completo e talmente sfaccettato, dunque, che permette a Corgan di essere tutti i ‘se stesso’ che vuole, elettronico e rock, gelido e tenace, visionario e banale, maestoso e minimale, uno, nessuno e centomila.
Ci sono brani che sembrano hair metal e reminiscenze grunge, c’è l’elettropop e il soft rock, c’è del rock spaziale quasi anni Settanta e persino del buon metal.
Corgan e i suoi si divertono, insomma, a fare tutto quello che vogliono e sanno fare. Perché no?